«Per me il capitolo Venezia è chiuso, ora è tutto in mano a palazzo Chigi. Pietrangelo è un fratello sbagliato, ma un fratello sbagliato rimane un fratello. È stato vittima di una fantasia pacificatoria, voleva l'Onu dell'arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al parlamento», ha detto in un'intervista a Repubblica il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, facendo il punto sulla crisi della Biennale di Venezia.

La vicenda

La polemica è nata dalla decisione del presidente della Biennale, il giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco, di riaprire alla presenza della Russia, riattivando di fatto il suo padiglione dopo lo stop legato alla guerra in Ucraina. La scelta ha provocato proteste nazionali, europee e internazionali. È stata letta come un tentativo di normalizzazione culturale, ma è risultata divisiva: per alcuni è il segno dell’autonomia dell’arte, per altri è inopportuna sul piano politico.

Nel frattempo la crisi è cresciuta: si è dimessa la giuria internazionale e la cerimonia dei premi è stata rinviata. Nonostante le pressioni, però, Buttafuoco non ha fatto marcia indietro: a oggi, 3 maggio, il padiglione russo risulta confermato e in allestimento, anche se l’apertura avviene in un clima di boicottaggio politico e istituzionale.

Il governo italiano ha preso le distanze: il ministro Giuli ha espresso contrarietà, ha inviato ispettori, annunciato il boicottaggio dell’inaugurazione (come anche la Commissione europea), sottolineando che la linea dell’esecutivo resta quella di isolamento della Russia, ma ha evitato lo scontro diretto con Buttafuoco, riconoscendo l’autonomia della Biennale ma ribadendo che la decisione non riflette la posizione ufficiale dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Le parole di Giuli

Nell’intervista a Repubblica Giuli parla di «pasticcio»: «Il danno d'immagine l'ha causato la Biennale a sé stessa. Come ha detto la premier, Pietrangelo è capacissimo, sì, capacissimo di tutto. Il ministero ha fatto quello che andava fatto: accertare che tutto fosse regolare. In pubblico sono intervenuto solo per precisare che sul padiglione russo il governo è stato informato a cose fatte».

L'ipotesi di commissariamento, assicura il ministro, «non è mai stata in campo. Non c'è ragione di destabilizzare la situazione. Buttafuoco non è un martire della jihad, è il mio caro Ciccio Tumeo». Un personaggio del Gattopardo: «Pietrangelo è l'inconsolabile espressione di un ancien régime isolazionista e borbonico, che non riconosce l'unità d'Italia». Il problema, osserva Giuli, è che la Biennale «non è uno stato sovrano, Buttafuoco dev'essersi confuso. A forza di rivendicare autonomia, si è persino auto-commissariato». E ancora: «Prendo atto del cambio di paradigma: si passa dal giudizio di una giuria di esperti al voto dei visitatori».

Giuli chiarisce i motivi che hanno portato all'ispezione disposta dal suo ministero: «Dopo la diffida dell'artista israeliano, la fondazione si è rivolta al Mic e a palazzo Chigi in cerca d'aiuto. Siamo andati lì con gli estintori, non con il lanciafiamme. Per esaminare il loro pasticcio». Alla fine Buttafuoco avrà il padiglione russo: «Rifiuto lo schema vincitori/vinti. Se però migliaia di visitatori ceceni mandati da Ramzan Kadyrov voteranno il padiglione russo, sapremo chi ha vinto: Vladimir Putin. Ma il mio più grande rammarico è un altro. Se Pietrangelo ci avesse coinvolto nelle interlocuzioni che portava avanti con i russi da anni, forse avremmo potuto chiedere una contropartita. Sarebbe stato un trionfo riaprire il padiglione russo in cambio di un cessate il fuoco con la liberazione di cento bambini ucraini».

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