Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è incentrata su Luigi Ilardo il pentito di mafia che aveva deciso di collaborare con la giustizia e che è stato ucciso il 10 maggio del 1996, cinque giorni prima di entrare nel programma di protezione. Ilardo stava portando gli investigatori verso il latitante Bernardo Provenzano.


Ora dobbiamo affrontare, sia pure per sintesi, l’importante vicenda legata alla collaborazione del confidente Ilardo con il colonnello Riccio e alla possibilità intenzionalmente non sfruttata da parte del Ros dei carabinieri e del comandante operativo Mori in particolare, di catturare Bernardo Provenzano.

E di farlo facilmente attraverso le specifiche, analitiche, preziosissime indicazioni che Ilardo, prima di essere ucciso il 10 maggio del 1996, aveva fornito al Ros. [...] (Precisazioni sulla sentenza definitiva di assoluzione Mori e Obinu per favoreggiamento aggravato, alla formula di assoluzione «Il fatto non costituisce reato» – acquisizione della sentenza irrevocabile di assoluzione, non comporta alcun automatismo e non vincola il giudice, che, fermo restando il rispetto del principio del ne bis in idem, può rivalutare anche il comportamento dell’assolto al fine di accertare la sussistenza di gravi responsabilità per un’altra fattispecie – prova dei fatti considerati come eventi storici).

Ecco perché non solo siamo legittimati, ma abbiamo il dovere di ripercorrere il percorso fattuale, i punti salienti della vicenda Ilardo, Provenzano, Riccio, Mori, mancata cattura di Provenzano. Gino Ilardo nello stesso momento in cui ricopriva all’interno di Cosa nostra cariche apicali – la reggenza delle Province mafiose di Caltanissetta ed Enna – svelava in diretta, al colonnello Riccio, gli assetti, i segreti antichi, le dinamiche in divenire di Cosa nostra e – per favore non dimenticatelo mai – non soltanto con riferimento alle vicende di ordinaria criminalità mafiosa, ma anche in riferimento a rapporti più alti e più inconfessabili di Cosa nostra con la politica, con la massoneria, con soggetti deviati e devianti dei servizi di sicurezza.

Dopo tanti anni in cui ho seguito fin dalla fase dell’indagine anche questa vicenda, non esito a definire, perché ne sono convinto, quella di Ilardo come una storia unica, più unica che rara certamente, nel panorama delle vicende di mafia e antimafia nel nostro paese. Una vicenda incredibile, una vicenda eccezionale, una vicenda vergognosa, una vicenda tragica nell’epilogo che ha avuto, intanto nei confronti – non dimentichiamolo mai – del suo protagonista principale, Gino Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio 1996, otto giorni dopo avere incontrato tre magistrati delle Procure distrettuali di Palermo e Caltanissetta, il colonnello Mori e altri ufficiali del Ros presso la sede centrale del Ros a Roma, e cinque giorni prima rispetto al momento in cui – la data era già stata fissata – Ilardo con il suo primo interrogatorio formale innanzi all’autorità giudiziaria, fissato per il 15 maggio, avrebbe assunto formalmente la veste di collaboratore di giustizia e sarebbe stato sottoposto al programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.

Quella «Grande Oriente» è una vicenda che certamente ha prodotto l’effetto immediato più tragico nei confronti del suo protagonista principale: Gino Ilardo. Un effetto tremendo, nel momento in cui Cosa nostra sostanzialmente, uccidendo Ilardo, ha dimostrato di potere stoppare sul nascere una collaborazione di altissimo livello che sarebbe stata devastante per l’organizzazione e per tutti coloro i quali colludevano con l’organizzazione mafiosa.

Quindi l’aspetto tragico, più immediato, è nei confronti del suo protagonista principale, Gino Ilardo, ma è una vicenda che ha continuato a produrre i suoi effetti perversi anche successivamente all’omicidio di Ilardo. E questi effetti si sono prodotti – mi piace sottolinearlo fin dall’inizio – anche in danno di quel colonnello Michele Riccio, che è stato l’artefice e il motore di quelle investigazioni e che, pur con tutti i suoi limiti, le sue iniziali incertezze nella comprensione di quello che stava accadendo e nel coraggio di denunciarlo, ha finito per scontrarsi anch’egli con la volontà di quella parte dello Stato che evidentemente non voleva che la collaborazione di Ilardo portasse frutti, perché quei frutti erano allora ritenuti troppo pericolosi e destabilizzanti.

E qui si scorge la grande importanza del collegamento di questa vicenda con quella di cui ci stiamo occupando in questo processo, con le specifiche imputazioni mosse agli odierni imputati. La vicenda Ilardo è il frutto avvelenato della trattativa. È il frutto avvelenato della condotta in particolare del comandante operativo del Ros di allora, Mori, del comandante del Ros di allora, Subranni. In quel momento storico in cui si sviluppò la collaborazione informale di Ilardo, dall’inizio del ’94 fino a tutto il ’95 e ai primi mesi del ’96, la verità è una sola: Provenzano non poteva essere catturato.

Non poteva essere catturato perché era il garante da parte mafiosa, di quegli accordi che erano scaturiti dalla trattativa, di quegli accordi che erano il frutto di quel percorso che i carabinieri del Ros avevano iniziato contattando Vito Ciancimino, per capire cosa Cosa nostra volesse o pretendesse in cambio della cessazione della sua strategia di attacco frontale alle istituzioni. Provenzano non poteva essere catturato perché, dopo la fase prettamente iniziale della trattativa in cui l’interlocutore mafioso era Riina, egli stesso aveva assunto quella veste e aveva abilmente indirizzato verso una soluzione – tra virgolette – più ragionevole quei contatti inizialmente viziati dalla eccessività e dalla esosità delle pretese di Riina.

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