Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è incentrata su Luigi Ilardo il pentito di mafia che aveva deciso di collaborare con la giustizia e che è stato ucciso il 10 maggio del 1996, cinque giorni prima di entrare nel programma di protezione. Ilardo stava portando gli investigatori verso il latitante Bernardo Provenzano.


Papà, intanto, mandava avanti anche la sua vita oscura a tutti noi. Iniziavo a vedere un uomo nuovo, felice come non mai, ma dietro quell’apparente felicità, mentre continuava a ottemperare a tutte le necessità di ogni membro della famiglia, trasparivano forte preoccupazione e stanchezza, fisica e morale. Fu proprio in quei mesi, ormai eravamo giunti all’ottobre del 1995, che mi capitò più volte di vederlo disteso sul letto in silenzio, con gli occhi persi nel vuoto. Alla mia preoccupata e retorica domanda, le solite risposte: «Amore, ho un po’ di mal di testa, amore sono stanco...».

[…] Passarono i giorni e, come sempre, il suo amore incondizionato superò la collera nei nostri confronti. Era un papà sospettoso che non aveva altra scelta se non il perdono e una rinnovata fiducia. Con il sabato arrivò la sua solita preghiera verso me e Francesca di andare a trascorrere il weekend a Lentini con lui, Cetty e i bambini, come ormai era loro consuetudine.

Richiesta puntualmente rifiutata. Io e mia sorella passavamo la settimana aspettando proprio la loro partenza per cominciare i festeggiamenti e le uscite, senza nessun controllo e alcuna supervisione da parte loro, nessun limite di orario, nonostante promettessimo falsamente massima diligenza e buon senso. Mio nonno aveva uno scarso udito, era diventato sempre più vecchio e intollerante agli spostamenti e rimaneva con noi a Catania, perché preferiva dormire nel suo letto e non lasciare le sue abitudini e comodità.

Il permesso di restare, nonostante ci fosse accordato davvero malvolentieri, era ricambiato con la promessa da parte nostra di raggiungerli la domenica mattina. Intorno a mezzogiorno, la solita auto con autista e guardia del corpo ci avrebbe prelevato da Catania per portarci da papà e riaccompagnarci, quasi subito dopo pranzo, nuovamente a casa. Si procedeva con l’organizzazione del battesimo dei gemelli, inutile dire che il ricevimento per un matrimonio avrebbe comportato meno preparativi e spese.

Per gli «uomini d’onore» e soprattutto per mio padre e la sua innata mania di grandezza e magnificenza di cui era fiero, nulla al mondo era troppo per festeggiare la gioia e l’orgoglio nell’annunciare al mondo e alla società i suoi nuovi due eredi maschi. Decise di farli battezzare nella chiesa madre di Giardini Naxos. Non mi fu mai chiara la scelta di quel luogo, ma conoscendolo bene ho certezza che anche quella non fu una decisione presa a caso.

Noi, bardati come i santi patroni delle più grandi processioni paesane, arrivammo con tre macchine davanti alla chiesa: in una c’eravamo tutti noi, le altre due di scorta con i suoi uomini e con i bauli pieni di bomboniere, passeggini e tutto il necessario per affrontare la lunga giornata fuori. Scendemmo davanti alla chiesa e, lasciando la nostra macchina a uno dei «suoi» per andarla a posteggiare, avemmo il tempo di sollevare il capo e renderci conto di una folla colorata e assortita che ci stava attendendo.

Una marea di persone tirate a lustro nei loro eleganti abiti che stava aspettando solo noi, una silenziosa gara al vestito più lussuoso e agli ori e diamanti più costosi era in corso per determinare l’importanza e il prestigio di ogni partecipante. In Sicilia, in genere, ma soprattutto nelle famiglie mafiose, è fondamentale affermare il proprio potere all’interno dell’organizzazione durante le occasioni in cui tutti insieme ci si riunisce, con la partecipazione di mogli e figli che devono essere sfoggiati come i più preziosi trofei a conferma del proprio prestigio.

[…] Finita la sfiancante ma felice e serena giornata, gli uomini di papà lasciarono gli angoli della sala e iniziarono, sotto indicazione di Cetty, nostra e di papà, a raccogliere tutto quello che indicavamo e a riempire le nostre macchine per tornare a casa. Pensando oggi a loro, li ricordo con affetto: per tutto il tempo che rimasero nella nostra vita, sono stati i nostri factotum, babysitter, compagni di gioco, autisti.

Accettavano ogni tipo di richiesta, dalla spesa all’accompagnarci in ogni dove; solitamente erano sempre gli stessi tre o quattro a esserci accanto, gli altri stavano per lo più a Lentini. Io e mia sorella, forse anche per l’età, non ci siamo mai poste tante domande al riguardo, per noi quella era la normalità; solo crescendo e con la maturità e la rielaborazione dei ricordi abbiamo capito che in quelle abitudini tanto scontate per noi di «normale» c’era davvero ben poco.

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