Questo è un libro che arriva da un mondo che non c’è. Sommerso. Invisibile solo perché abbiamo deciso di non guardarlo, non vogliamo. Basterebbe invece mettere da parte il bisogno di decoro, pregiudizio, paura per capire che nella generazione omosessuale maschile qualcosa si è rotto. Il baratro, l’esperienza dell’abisso in terra è proprio in mezzo a noi. Nella comunità gay chi muore, muore di nascosto. Se chiedi, è un infarto. «È morto nel sonno», ti rispondono. Lo fanno con fastidio. Nessuno vuole parlarne. È un’offesa alla decenza. «È morto. Che dif­ferenza fa sapere come?» 

La morte di questi ragazzi è un continente misterioso, invisibile. Per percepirlo bi­sogna affacciarsi, sporgersi oltre la vertigine del pudo­re. Così Vertigine-Chemsex e Mascolinità Tossica: la generazione invisibile (Fandango Libri) è un viaggio. Un reportage nelle notti e dentro la notte di una generazione soffocata dalle aspettative e dall’omofobia sociale e interiorizzata.

Gara all’autodistruzione

Per molti il ChemSex, cioè la pratica che prevede l’uso di droghe abbinato a sessioni intense di sesso, non è solo “sesso-chimico”, ma un modo per sentirsi invincibili, o almeno per non sentire nulla. Senza le sostanze, tornano l’imbarazzo, la paura di essere visti, la vergogna di non sapere cosa dire o come muoversi. Tutto quello che la droga cancellava torna a bussare: il giudizio, la vulnerabilità, la sensazione di non essere abbastanza.

Tra le persone che sono sopravvissute qualcuno ha raccontato: «Poi ho smesso perché non producevo più serotonina». Cioè non provava più nulla. Non lo sapevo. Come si fa a non provare nulla? Come è possibile che nessuno di noi se ne sia mai accorto parlandoci nelle serate in discoteca, ai Pride, durante i dibattiti politici.

Del perché dentro una comunità – che quest’anno celebra dieci anni di unioni civili – ci sia una porzione molto ampia di persone omosessuali che puntano all’autodistruzione gli studiosi se ne occupano da diversi anni. Gli omosessuali hanno una possibilità più alta di suicidarsi, di provare sostanze stupefacenti, cadere nel tunnel della droga. Perché? Perché c’è questa gara all’autodistruzio­ne?

I sintomi

In passato gli uomini gay venivano cacciati dalle famiglie, le loro re­lazioni erano illegali. Non sorprende che soffrissero di depressione e che il suicidio fosse un’ombra costante nelle loro vite. «Era l’idea che avevo anche io», mi ha spiegato Travi Salway ricercatore presso il BC Centre for Disease Control di Vancouver.

Salway ha trascorso gli ultimi cinque anni a cercare di capire perché gli uomini gay continuano a togliersi la vita: «Pensavo che il suicidio tra i gay fosse il prodotto di un’epoca passata, o che colpisse soprattutto adolescen­ti che non vedevano altra via d’uscita». Poi Salway ha guardato i numeri. Il problema non era solo il suici­dio, non riguardava solo gli adolescenti, e non accade­va solo in contesti apertamente segnati dall’omofobia.

Gli uomini gay, ovunque e a ogni età, avevano tassi più alti di malattie cardiovascolari, cancro, incontinenza, disfunzione erettile, allergie, asma, nominate una con­dizione, e lì c’era un rischio aumentato. Secondo i più recenti studi gli uomini gay sono programmati per aspettarsi il rifiuto. Scrutano costantemente le si­tuazioni sociali per capire in che modo potrebbero non essere accettati. Fanno fatica ad affermarsi. Ripassano in continuazione i loro fallimenti sociali. La cosa più strana di questi sintomi, però, è che la maggior parte di loro non li riconosce nemmeno come sintomi.

Valere meno

Il termine che i ricercatori usano per spiegare questo fenomeno è «stress da minoranza». Nella sua forma più diretta, è piuttosto semplice: appartenere a un gruppo emarginato richiede uno sforzo aggiuntivo. Me lo spiega Vittorio Lingiardi, psichiatra: «L’area del minority stress è una condi­zione di stress cronico che troppo spesso abita le vite di chi appartiene a gruppi discriminati».

È condizione costante che apre l’abisso. Una voragine fatta di ossessione per il corpo, guerra costante per avere un fisico scolpito, bellissimo, virile. «Penso che l’immagine corporea per le persone gay sia un modo di cercare accettazione. È qualcosa che possiamo controllare, al contrario della nostra sessualità», mi racconta Roberto personal trainer, content creator per OnlyFans.

Assente spesso in questi uomini è la capacità di riconoscere il consenso. Uomini che stuprano gli uomini. Una questione molto fragile e difficile da raccontare. Si dà respiro sempre in certi casi al mito omofobo che lo stupro per gli uomini gay e bisessuali non possa esistere. L’uomo gay viene considerato da sempre promiscuo, l’uomo gay stesso si con­sidera promiscuo. Pensa di valere meno. In libreria dal 17 aprile.


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