Dopo due anni e mezzo e a pochi giorni dalla pronuncia della Cedu sugli stereotipi di genere nella giustizia italiana, è arrivata la decisione che ha ritenuto l’uomo responsabile di violenza sessuale, sequestro di persona, stalking e lesioni personali. Stabilito anche un risarcimento di 20mila euro per la donna e di 500 per l’associazione Casa delle Donne Lucha Y Siesta: «Non è una questione di pena, ma di riconoscimento»
Erano circa in venti tra operatrici dei centri antiviolenza della Casa delle Donne Lucha Y Siesta e militanti femministe in aula a piazzale Clodio per la sentenza del processo per le violenze subite da Chiara (nome di fantasia), una donna di circa trent’anni che aveva denunciato l’ex compagno.
Dopo quasi due anni e mezzo di processo è arrivata la sentenza, con una condanna a sette anni e sei mesi per i reati di violenza sessuale, sequestro di persona, stalking e lesioni personali. La lettura è stata accolta da un abbraccio tra Chiara e le persone venute a supportarla.
Un processo per stupro che i centri antiviolenza hanno definito «violento e vittimizzante», simbolo della violenza istituzionale che molte donne che denunciano uno stupro sono ancora costrette ad affrontare. Durante tutto il dibattimento, Chiara è stata costantemente messa sotto accusa dalla difesa, con domande sulle sue abitudini e sulla sua vita, che hanno cercato continuamente di minarne la credibilità. Per questa ragione, per l’ultima fase del procedimento, Chiara ha deciso di aprirlo al pubblico.
«Né per noi né per lei è mai stata una questione di anni di pena, ma di riconoscimento di quello che era successo», dice Simona Ammerata, della Casa delle Donne Lucha Y Siesta. «Le lacrime di Chiara in aula volevano dire “mi hanno creduta”. Siamo in una società che ti abitua a sentirti invisibile e a pensare che ti meriti quello che ti succede, che è normale». Da parte di chi agisce la violenza, invece, aggiunge Ammerata, «in queste situazioni si assiste spesso a una manifestazione di irresponsabilità e a una sorta di autopercezione di impunibilità. Questo è proprio un elemento centrale della dimensione della violenza di genere e del patriarcato».
Il 27 dicembre 2023, Chiara aveva denunciato alla polizia l’ex compagno, un ragazzo di qualche anno più grande di lei con cui aveva avuto una relazione di alcuni mesi. La sera di Natale, l’uomo l’aveva costretta a salire in auto e portata a casa sua, dove l’aveva aggredita fisicamente e sessualmente sotto minaccia di morte. «Se non scopi con me non torni a casa viva», si legge nei documenti del processo. Il giorno dopo, Chiara era stata obbligata a pranzare con la famiglia di lui, prima di riuscire a scappare in serata. L’episodio di Natale era stato solo l’apice di una lunga serie di abusi, tra cui controllo ossessivo dei social e del telefono, percosse, isolamento dai familiari, minacce di morte e ricatti psicologici.
Risarcimento per i cav
Oltre alla pena, la giudice ha stabilito un risarcimento di 20mila euro per Chiara, e 500 euro per l’associazione Casa delle Donne Lucha Y Siesta, che nel processo si era costituita parte civile. A questo si aggiunge un risarcimento da stabilire in separata sede.
«La costituzione di parte civile di un’associazione come Lucha Y Siesta non è solo un atto simbolico, importante anch’esso, ma ha un fine specifico: quello di rappresentare come la violazione dei diritti di libertà delle donne e delle altre persone che subiscono violenza maschile sia di fatto una lesione anche della capacità di organizzazione dal basso di contrasto alla violenza di genere», afferma Ivonne Panfilo, avvocata dell’associazione Casa delle Donne Lucha Y Siesta.
L’organizzazione «si impegna ogni giorno per per divulgare i principi della parità parità di genere. Stare all’interno delle aule processuali rappresenta proprio questo».
La violenza nei tribunali
«In questi mesi di dibattimento, Chiara è stata sottoposta a una violenza che non era quella che aveva denunciato. Era un’altra violenza. Una violenza che non lascia lividi sul corpo, ma che lascia cicatrici nella dignità», ha affermato in aula l’avvocata della difesa di parte civile, Tatiana Montella.
«E allora abbiamo chiesto di aprire le porte. Non per mostrare Chiara al pubblico, ma per non lasciarla sola. Per avere in aula le persone che la sostengono: le amiche, la madre, le compagne, le operatrici dei centri, le donne che hanno vissuto cose simili. Qualcuno che le dicesse, con la sola presenza, che non è sola».
Chiara, ha aggiunto la legale, «ha scelto di denunciare e di affidarsi alle istituzioni, di affrontare un processo, sapendo che sarebbe stato difficile e che avrebbe dovuto raccontare, rivivere quello che aveva subito. Ma quello che non sapeva è che la violenza è un camaleonte. Sa cambiare forma e sa mimetizzarsi». Questa decisione non riguarda solo Chiara, «ma tutte le donne che ancora oggi aspettano che qualcuno dica loro “Ti crediamo”».
Solo pochi giorni fa la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la gestione di un caso di violenza domestica e sessuale da parte di una donna contro il suo ex compagno. Secondo i giudici di Strasburgo, l’Italia ha violato gli articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che puniscono i trattamenti inumani e degradanti e tutelano il diritto al rispetto della vita privata e famigliare.
La Cedu ha inoltre definito come riflesso di una cultura «sessista e stereotipata» le motivazioni alla base della richiesta di archiviazione presentata sul caso dal pubblico ministero.
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