Strasburgo censura i ritardi dei giudici civili e penali nel caso di una donna francese e dei due figli: indagini inefficaci, mancata tutela dei minori e motivazioni del pm fondate su pregiudizi di genere («Per gli uomini è normale superare una minima resistenza» della donna). Lo stato dovrà risarcire i tre ricorrenti
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la gestione di un caso di violenza domestica che coinvolge una donna francese residente in Italia e i suoi due figli. Nella sentenza, pronunciata il 2 luglio dalla Camera della Corte e non ancora definitiva, Strasburgo ha accertato la violazione degli articoli 3 e 8 della Convenzione europea: divieto di trattamenti inumani o degradanti e diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Il caso nasce nell’aprile 2021, quando la donna denuncia l’ex convivente e padre dei bambini, sostenendo di avere subito, insieme ai figli, violenze fisiche e psicologiche durante la relazione. Il mese successivo, madre e figli vengono collocati in una struttura protetta, dove sono rimasti fino al luglio 2024.
Per la Cedu, le autorità italiane hanno avuto una prima reazione rapida: il procedimento penale è stato aperto e la famiglia è stata messa al riparo da possibili ulteriori episodi. Ma quella misura, osserva la Corte, ha finito per gravare quasi solo sulla donna e sui bambini, mentre nei confronti dell’uomo non risultano adottate misure equivalenti. Inoltre, non sarebbe stata verificata nel tempo la proporzionalità della permanenza nella struttura, né sarebbero state valutate alternative come l’assegnazione della casa familiare o il trasferimento in Francia.
«Normale»
Il passaggio più duro riguarda la richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero della procura di Benevento nel novembre 2021. In quell’atto, un episodio in cui l’uomo avrebbe puntato un coltello alla gola della donna veniva liquidato come uno «scherzo di cattivo gusto». Quanto alla denuncia di violenza sessuale, il pubblico ministero riteneva difficile provare che l’uomo fosse consapevole dell’assenza di consenso, richiamando l’idea che per gli uomini possa essere «normale» superare una minima resistenza opposta da una donna stanca della vita quotidiana.
Per i giudici di Strasburgo, quelle motivazioni riflettono una cultura «sessista e stereotipata». La Corte richiama anche il Grevio, il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sulla violenza contro le donne e la violenza domestica: stereotipi di questo tipo possono esporre le vittime a una vittimizzazione secondaria. La richiesta di archiviazione è stata poi respinta dopo l’opposizione della donna e sono state disposte ulteriori indagini. Nel febbraio 2024 l’uomo è stato rinviato a giudizio, ma secondo la Corte non risultava ancora celebrata alcuna udienza.
La Cedu conclude quindi che il procedimento non ha soddisfatto gli standard richiesti dalla Convenzione: l’indagine non è stata tempestiva, approfondita ed efficace. Nel complesso, secondo Strasburgo, le autorità italiane non hanno riconosciuto adeguatamente le dinamiche complesse della violenza domestica né hanno dato una risposta proporzionata alla gravità dei fatti denunciati.
L’interesse dei minori
La condanna riguarda anche il versante civile e minorile. Nel maggio 2021 la donna aveva chiesto l’affidamento esclusivo dei figli, la decadenza dalla responsabilità genitoriale dell’ex convivente, l’autorizzazione a lasciare l’Italia e il mantenimento. Il tribunale per i minorenni ha impiegato più di tre anni per pronunciare la decadenza dalla responsabilità genitoriale dell’uomo, decisa solo nel maggio 2024. Secondo la Cedu, le decisioni erano scarne, redatte con moduli prestampati, e non affrontavano in modo espresso né le denunce di violenza domestica né le dichiarazioni rese dalla donna e dai bambini.
Nei procedimenti sulla responsabilità genitoriale e sui diritti di visita, sottolinea la Corte, le accuse di violenza domestica devono essere valutate in modo specifico: nella credibilità, nella sostanza e nella compatibilità con l’interesse dei minori. Nel caso esaminato, invece, questo passaggio sarebbe mancato. La decisione definitiva è arrivata solo nel 2024 e, rileva Strasburgo, senza un riferimento esplicito al superiore interesse dei bambini.
Per la Cedu, la permanenza per oltre tre anni nella struttura protetta ha inciso sul benessere psicologico e fisico dei minori, imponendo limitazioni significative alla loro vita quotidiana. Da qui la violazione dell’articolo 8, legata all’inerzia del tribunale per i minorenni. L’Italia dovrà versare 15mila euro a ciascuno dei tre ricorrenti per danni morali e 15mila euro complessivi per le spese legali.
«Una battaglia per tutte le donne»
«Mi sento come una fenice che rinasce dalle ceneri. Ma la soddisfazione maggiore è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne, affinché mai più si ripeta un caso come quello che aveva sconvolto la mia vita», ha dichiarato all’Ansa Audrey Ubeda, la donna che ha promosso il ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo contro la giustizia italiana.
«Rispetto al passato siamo liberi - ha aggiunto parlando dei figli - ma è comunque grave che non ci sia stata nessuna misura di allontanamento nei confronti del mio ex compagno, che in teoria potrebbe avvicinarci quando vuole. Per evitarlo osserviamo delle precauzioni. Ho patito discriminazioni e ritardi, ma ho anche incontrato persone come la pm Marina Colucci, che a Benevento si è occupata in seconda battuta del mio caso e ha lavorato con grande tenacia e determinazione».
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