La Commissione ha presentato una proposta per un sistema di valutazione e “bollinatura” dei data center con l'obiettivo di triplicare la capacità di calcolo continentale nei prossimi 5-7 anni. Un piano che si scontra con una voragine energetica già certificata da Bruxelles: nel 2024 i data center europei hanno divorato 68 TWh di elettricità e le stime indicano che toccheremo i 114 TWh entro il 2030, superando stabilmente il 3% della domanda energetica totale dell’Unione.

Di fronte a questa valanga di energia richiesta dai server, che minaccia di mandare in tilt le reti elettriche e far impennare le bollette delle famiglie, la risposta della Commissione si rivela debole, timida e sbilanciata. E per l'Italia, che cerca faticosamente di ritagliarsi un ruolo da hub digitale nel Mediterraneo, i rischi assumono i contorni di una beffa.

Grandi promesse sulla carta

La proposta della Commissione non è priva di spunti interessanti che, se gestiti con polso fermo, potrebbero trasformare un problema in un'opportunità strategica. Bruxelles sottolinea giustamente che gli impianti ben progettati e flessibili possono diventare alleati preziosi della transizione energetica: ad esempio, recuperare circa la metà del calore di scarto prodotto dai data center europei basterebbe a soddisfare l'intero fabbisogno di riscaldamento di 4 milioni di famiglie.

A ciò si aggiunge la spinta affinché i centri dati integrino direttamente capacità di generazione di energia pulita e adeguino i propri consumi alle fluttuazioni e alle esigenze delle reti di trasmissione.

Se vincolate da obblighi stringenti e prescrittivi queste tecnologie potrebbero davvero abbassare i costi complessivi del sistema elettrico e favorire l'integrazione delle rinnovabili. Ma nel testo europeo, purtroppo, tutto questo si riduce a un mero auspicio volontario, privo di denti e di sanzioni.

Non solo: l'impostazione generale della proposta mostra falle evidenti, a partire da una soglia di controllo fissata a 500 kW che lascia esenti i centri minori, dall'assenza totale di divieti o sanzioni e da un Parlamento europeo ridotto a spettatore impotente perché esautorato dal meccanismo dei regolamenti delegati.

Il clima italiano

Ma è sul terreno concreto del nostro Paese che la proposta mostra il suo volto più assurdo. Come denuncia l'Associazione Italiana Datacenter (Ida), lo schema europeo soffre di un errore di fondo imperdonabile: non tiene minimamente conto del clima.

Il sistema applica gli stessi rigidissimi criteri – basati su una scala da A a G legata all'efficienza energetica – a ogni data center d’Europa, trattando allo stesso modo Stoccolma e Palermo, Dublino e Roma.

«Applicare un'unica scala a condizioni così diverse significa che un data center italiano può ottenere una valutazione inferiore rispetto a uno dell'Europa settentrionale pur utilizzando la stessa tecnologia e la stessa disciplina operativa», denuncia l'Ida a Domani.

Il motivo è semplice: per raffreddare i server e impedire che vadano in fusione, in un clima mediterraneo serve molta più energia rispetto ai paesi freddi del Nord Europa. A parità di efficienza ingegneristica, l'etichetta finale premierà sempre la latitudine più fresca.

Autogol per gli investimenti

Per l'Italia non si tratta affatto di un cavillo burocratico. Il nostro Paese sta cercando di attrarre investimenti miliardari per diventare la porta digitale tra Europa, Africa e Medio Oriente. Ma un sistema di etichette che penalizza strutturalmente le regioni più calde rischia di trasformarsi in un clamoroso autogol economico.

Come sottolinea ancora l'associazione di categoria, «l'Italia sta costruendo la propria posizione come polo per i data center e la politica nazionale è attivamente impegnata ad attrarre investimenti e a distribuirli in modo omogeneo sui territori. Un quadro di classificazione che penalizza strutturalmente le regioni più calde va contro questa strategia. Il risultato è meno investimenti, tempi di realizzazione più lunghi e un contributo più debole dell'Italia alla capacità di calcolo europea proprio nel momento in cui il continente ne ha maggiormente bisogno».

Gli investitori internazionali leggono infatti queste pagelle europee come verdetti definitivi: se il punteggio premia il clima anziché la bontà del progetto, i capitali verranno inevitabilmente dirottati altrove.

Chi paga il conto?

A completare il quadro ci sono tempi di attuazione lumaca: le prime etichette arriveranno nel 2027 e la prima vera revisione è fissata addirittura a fine 2028.

Anni luce nel settore dell'IA. Nel frattempo, la mancanza di regole vincolanti e l'assenza di una visione geografica rischiano di lasciare l'Italia a fare i conti con reti elettriche al collasso e costi scaricati sulle tasche dei cittadini, mentre i giganti della tecnologia continuano a spingere sull'acceleratore. Senza correttivi urgenti, la transizione verde dell'Europa rischia di lasciare il nostro Paese con il cerino in mano.

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