Da un lato la rivelazione di segreto e dall’altra l’indebita destinazione di denaro. Sono queste le accuse che i pm di Roma muovono nei confronti dell’imprenditrice Stefania Ranzato, ex proprietaria dell’azienda attiva nel campo della cybersicurezza Deas, e dell’amministratore delegato di Sogei, la controllata del Tesoro, Cristiano Cannarsa. Entrambi indagati in concorso, dopo l’avviso di conclusione delle indagini, rischiano il processo. Per i magistrati – che all’inizio dell’inchiesta avevano indagato anche Deas per poi archiviarla – Cannarsa «in qualità di pubblico ufficiale, violando i suoi doveri, rivelava notizie di ufficio che dovevano rimanere segrete».

Lo stesso, secondo quanto riportato nelle carte, avrebbe fatto Ranzato «in qualità di istigatore». Tra le notizie rivelate ci sarebbe l’invio, da parte dell’ad all’imprenditrice in affari con la Difesa, di un «documento qualificato per “uso interno aziendale” e poi utilizzato da Deas nella negoziazione con Sogei» nell’ambito di vari progetti. Tradotto: avvalersi «della notizia procurava all’azienda un indebito profitto patrimoniale».

Ma non finisce qui. Secondo i pm «Cannarsa, in qualità di ad di Sogei, avendo la disponibilità di denaro della società, manifestava la necessità e l’urgenza per Sogei di avvalersi di Deas in relazione al progetto “Cyber risk”, conduceva la negoziazione e sollecitava l’esecuzione anticipata di parte della prestazione, nonostante non vi fosse ancora affidamento alcuno e né subappalto».

Un’operazione che non sarebbe stata possibile dato che «Deas non faceva parte del raggruppamento temporaneo di imprese risultato assegnatario dell’accordo Consip», ma reso tale una volta «autorizzato il subappalto dalla società aggiudicatrice alla stessa azienda» di Ranzato.

Così Deas otteneva «un ingiusto vantaggio patrimoniale» di oltre 800mila euro, mentre per Sogei si concretizzava «l’ingiusto danno di 258mila euro». Un costo, scrivono i pm, che «Sogei non avrebbe subito ove la prestazione non fosse stata affidata in subappalto».

Più volte, negli atti, i magistrati, nel descrivere le condotte finite sotto i loro fari, sottolineano «il palese conflitto di interessi» tra l’imprenditrice e l’ad, che «intrattenevano una relazione sentimentale» e quindi, almeno per Cannarsa veniva a prospettarsi «la violazione dell’obbligo di astensione» previsto dalle normative sui dipendenti pubblici.

Caduta l’accusa di tentato peculato di cui inizialmente i due erano accusati nell’inchiesta nata come secondo filone investigativo rispetto al procedimento “madre”, quello su Sogei. Un procedimento che, nell’ottobre del 2024, aveva portato all’arresto dell’imprenditore Massimo Rossi e del vice di Cannarsa, Paolino Iorio. Sia Rossi sia Iorio hanno patteggiato la loro pena, ma è proprio da alcuni verbali di Iorio che si è arrivati agli affari di Ranzato, che da poco ha venduto al fondo Xenon per 85 milioni di euro la sua azienda.

«La società Deas risulta estranea a qualsiasi ipotesi di reato. Con riferimento alle posizioni delle persone fisiche, si precisa che l’avviso di conclusione delle indagini preliminari non costituisce una richiesta di rinvio a giudizio», fa sapere la società. Nei verbali di Iorio si parlava dei tentativi di vendita della Deas ai colossi del settore, con l’ex manager che tirava in ballo Carmine Saladino: ex proprietario di Maticmind, ex amico del ministro Crosetto e attualmente indagato dalla procura nell’inchiesta sull’opaca gestione dei fondi riservati dei servizi segreti. «Credo che Cannarsa stesse dando una mano a Deas facendogli aumentare il fatturato grazie ai contratti con Sogei per farla acquisire da Maticmind di Saladino o ad altri», il contenuto del verbale. Quella trattativa però è saltata. Tempo dopo ne è andata in porto un’altra. Benedetta, visto l’esercizio del golden power, dal governo.

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