Due percorsi procedono paralleli, poi si allontanano progressivamente. Dietro la separazione, un figlio. Una frattura che allontana le traiettorie retributive di padri e madri. I primi, premiati. Le seconde, escluse o demansionate. In Italia la child penalty continua a pesare su occupazione, reddito e carriere delle donne, con forti disuguaglianze generazionali. Al punto che di fronte al rischio di uscire dal mondo del lavoro, molte decidono di rinunciare alla possibilità di fare figli. «Il carico della cura è suddiviso in modo diseguale», spiega a Domani Alessandra Minello, demografa e curatrice del report di Save the children «La maternità in Italia. Le equilibriste 2026». «È questo il principale fattore discriminante». Anche nelle nuove generazioni.

Millennial e GenZ 

Come sottolinea il rapporto, quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per progettare una maternità. Chi queste condizioni le ha, invece, teme di perderle: dopo la nascita di un figlio, le madri possono subire una riduzione salariale fino al 30 per cento nel settore privato. «Tra i giovani e le giovani, c’è molta consapevolezza: sono coscienti di queste discriminazioni. Colpiscono soprattutto loro», spiega Minello. «E per questo, agiscono di conseguenza».

Scelta rimandata

Diventare madre prima dei 30 anni, in effetti, è un’eccezione in Italia: le donne tra i 20 e i 29 anni con figli sono solo il 2,9 per cento del totale. Tra queste, nel settore privato il 25 per cento delle under 35 lascia il lavoro nell’anno della nascita. Spesso definitivamente. «Ciò che manca è un welfare di sostegno. Non dobbiamo pensare solo agli asili nido, ma anche al dopo. Le donne sono ancora lasciate sole», sottolinea Minello. «Servono strumenti di sostegno economico e percorsi di autonomia abitativa». In loro assenza, chi non rinuncia del tutto all’idea di avere figli, la rimanda. Non senza rischi, anche di salute.

Desideri frustrati

Il primo scollamento è tra intenzioni e possibilità. I giovani e le giovani italiane desiderano ancora la genitorialità: più dell’80 per cento delle persone tra i 18 e i 24 anni, secondo i dati Istat, vuole avere figli prima o poi. Un dato che si scontra con quello della natalità effettiva. Come spiega Minello, va però considerata la denatalità degli ultimi cinquant’anni: «L’ultima volta che il tasso è stato di poco superiore al due per cento è il 1976. Nascono pochi figli anche perché esistono pochi potenziali genitori». Il punto, inoltre, non è spingere le più giovani a procreare, ma «assicurare loro la possibilità di farlo». Innanzitutto ridistribuendo il carico della cura. 

Il congedo parentale

In Spagna – dove il congedo di paternità è obbligatorio, paritario e arriva a 16 settimane non trasferibili retribuite al 100 per cento – gli effetti positivi per il genere femminile sono evidenti. Come spiega Minello, soprattutto per il benessere psicologico e le prospettive sociali. «Impossibile paragonarci alla Scandinavia, come noto molto virtuosa: troppi fattori divergono. Il confronto con la Spagna, invece, può insegnarci molto», specifica la demografa. Eppure, secondo Minello, anche qui qualcosa si muove. Proprio a partire dalla consapevolezza delle nuove generazioni: «La politica non ha ancora intercettato queste istanze, i sindacati nemmeno. Ma dal basso le iniziative iniziano a vedersi: le donne vogliono portare alla luce le loro difficoltà». Anche perché, spiega, finalmente parlare dei lati più complessi della maternità è meno tabù di un tempo.

Discriminazione culturale

Tra gli aspetti sommersi, anche perché di fatto illegali e quindi ufficiosi, c’è la discriminazione all’ingresso, lato azienda. Secondo la demografa, in filigrana i dati rivelano che esiste ancora la tendenza a preferire candidati uomini. Inoltre, quando i lavoratori diventano padri, ciò che accade alla loro orbita professionale è esattamente l’opposto di ciò a cui vanno incontro le donne: lavorano di più, guadagnano di più, fanno carriera. Tra i padri 25-54enni con figli minori l’inattività resta su livelli molto contenuti (4,2 per cento), mentre tra le madri della stessa fascia d’età raggiunge il 32,8 per cento. I costi della genitorialità si distribuiscano, insomma, in modo asimmetrico. I padri vengono premiati. Le ragioni, sottolinea la demografa, sono ancora una volta culturali. 

Miopia politica

In tutto ciò le misure introdotte nella Legge di Bilancio 2026 – in continuità con quella precedente – non hanno avuto un impatto sull’occupazione delle madri e sulla ridistribuzione dei carichi di cura. «È evidente la mancanza – ribadisce Minello – di una strategia politica di lungo respiro per il sostegno alla genitorialità». La situazione, in un contesto di crisi demografica strutturale, risulta quindi stagnante. Il tasso di fecondità per donna rimane inchiodato all’1,14 figli, un valore persino al di sotto della già bassa media europea (1,34 nel 2024). Questo, specifica Minello, non sarebbe di per sé un problema: «Lo è, però, se alla base c’è l’impossibilità di scelta». Se il binomio famiglia-lavoro è inconciliabile, si può ancora parlare di libertà?

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