«Com’è stato crescere con due mamme?». Federico Beppato scoppia a ridere e risponde. «Non lo so. È come chiedere a qualcuno com’è stato crescere con un padre e una madre. È la mia normalità».

Federico ha 26 anni, vive a Milano e si è appena laureato in Economia. La domanda con cui abbiamo iniziato questo colloquio è arrivata nella sua vita molto dopo la sua infanzia ed è diventata, suo malgrado, una costante. «E quando hanno iniziato a farmi le interviste, ho iniziato a mia volta a pormi la questione. Perché la verità è che non so mai come rispondere». Prima, c’era semplicemente la sua famiglia: due mamme, un fratello e una sorella, un cane e un gatto. I pomeriggio da piccolo ricreando le opere di Art Attack, i costumi di Carnevale costruiti con carta di giornale e tanta colla vinilica, mamma Elena che sperimenta ricette indiane, cinesi e sudamericane e mamma Giuliana, psicologa, che una volta al mese porta ciascun figlio fuori a cena, da solo, per chiedergli come sta davvero.

Federico Beppato
Federico Beppato
Federico Beppato

Quando la tua famiglia diventa un dibattito pubblico

«Secondo me tanti immaginano che avere due mamme significhi avere due volte la stessa mamma invece sono semplicemente due persone diverse, con caratteri differenti e due sguardi sul mondo. Sono due genitori come tutti gli altri ma casualmente sono dello stesso sesso».

Federico da bambino non aveva mai percepito la sua famiglia come qualcosa di speciale o da dovere raccontare. «Quando sei piccolo ai bambini non interessa come sei nato, hanno altro a cui pensare. Le domande arrivano dopo, dagli adulti e la più frequente è sempre la stessa: ti è mancato un padre?». La risposta di Federico è no dalla prima volta in cui gliel’hanno chiesto. «Non mi sono mai posto il problema di come sarebbe stato diversamente. Ci si chiede come sarebbe vivere in un altro modo solo quando quello in cui vivi non ti piace. Nelle famiglie omogenitoriali i figli arrivano sempre perché sono stati desiderati: non succede mai per caso. Per avere un figlio bisogna fare un percorso lungo, difficile, si può stare certi che quel bambino è profondamente voluto».

Quello che sicuramente a Federico non è mai mancato è stato l’attivismo. «Il primo Pride l’ho fatto a undici mesi. Credo di detenere il record. Per me è sempre stato normale andare alle manifestazioni, poi crescendo ho capito che ci sono regole giuste e altre meno. Se vuoi cambiare quelle sbagliate, devi esporti».

I dati che mancano 

Federico è uno dei primi figli delle Famiglie Arcobaleno oggi adulti.

In Italia non c’è un dato certo su quanti siano i bambini e le bambine con almeno un genitore lgbtqia+ ed è significativo. I numeri disponibili grazie a indagini di associazioni lgbtqia+ risalgono ad almeno dieci anni fa: erano censiti di più di 500 bambini.

«La mancanza di dati è di per sé una precisa scelta politica: una legge che non riconosce i figli e le figlie delle famiglie arcobaleno rappresenta la volontà di cancellare dalla società persone che non rientrano nei canoni dominanti di ciò che viene considerato “famiglia”», commenta Alessia Crocini, presidente dell’associazione Famiglie Arcobaleno, che da oltre 20 anni rappresenta i genitori lgbtqia+.

«Eppure questi ragazzi e ragazze dimostrano ogni giorno al Paese di esserci e di contribuire alla società in mille modi diversi. E noi, come Famiglie Arcobaleno, non ci fermeremo finché non verrà data loro piena cittadinanza».

Lo scontro con i pregiudizi per Federico è arrivato relativamente tardi, già quasi adulto, durante un viaggio in macchina con un amico. «A un certo punto mi ha confessato che quando aveva scoperto che avevo due mamme, è rimasto spiazzato. Al liceo gli avevano detto che i figli delle coppie omosessuali avrebbero avuto dei problemi da grandi. Poi mi ha detto: ”Ti ho conosciuto e non ho trovato niente di quello che mi avevano raccontato”».

Quel pomeriggio, Federico ha toccato con mano l’impatto della disinformazione sulla realtà. «Fino a quel momento pensavo quasi che fosse una fissazione delle mie mamme». Negli stessi anni, mentre quei bambini diventavano adulti, anche il diritto ha iniziato a cambiare ma senza mai stare dalla loro parte. Com’è stato per la legge sulle unioni civili, approvata nel 2016, dopo lo stralcio dell’adozione del figlio del partner che ha costretto le famiglie omogenitoriali ad andare in tribunale per vedersi riconosciuto il diritto di essere genitori a tutti gli effetti. 

È stato così fino a maggio del 2025, quando la Corte Costituzionale con una sentenza storica ha dichiarato illegittimo il divieto che impediva alla madre intenzionale di riconoscere fin dalla nascita il figlio nato in Italia e concepito grazie a un percorso di procreazione medicalmente assistita all’estero.

«Crescere con due mamme credo che abbia cambiato il mio modo di stare con le persone, vivere le relazioni e i sentimenti. Ci sono cose che per me sono sempre state normali: come il tema del consenso o la condanna del catcalling. Quando ne ho sentito parlare da grande mi sono chiesto se davvero succedesse, nella mia esperienza non esisteva. Così com’è stato quotidiano vedere una donna in posizione di potere: in casa mia le donne fanno tutto da sempre. Non ho mai pensato che ci fosse qualcosa che una donna non potesse fare».

Anche sul donatore anonimo grazie a cui è stato concepito, Federico non ha mai avuto dubbi. «Se ce l’avessi qui davanti lo ringrazierei, se sono qui è anche grazie a lui ma il suo contributo finisce lì. Non ho mai sentito il bisogno di cercarlo. Se un giorno potrò donare, lo farò anch’io».

Il futuro Federico lo immagina da padre. «Da bambino dicevo che volevo dieci figli, adesso penso che sarei felice di arrivare a tre o magari quattro così avrò una buona scusa per comprare finalmente un minivan».

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