Come si misura lo stato dei diritti in un paese? Non esiste un unico indicatore, né un’unica scala. Un paese può ottenere un punteggio elevato su un indice internazionale e al tempo stesso bloccare sistematicamente le proposte di legge sui diritti in Parlamento. Questo è proprio quello che racconta l’ultimo report della fondazione Semia Fondo delle Donne, che fotografa una crescente distanza tra il riconoscimento formale dei diritti e la loro effettiva esigibilità.

Cittadinanze sospese

Un lavoro pensato e scritto con un approccio femminista intersezionale, che considera le radici strutturali della disuguaglianza, mettendo in relazione patriarcato, razzismo, norme sessuali, violenza istituzionale e sfruttamento. Una prospettiva necessaria a fronte dell’aumento di politiche di deterrenza sui diritti: «In Europa l’offensiva antigender si coordina transnazionalmente con il supporto dei partiti di destra radicale e populista –  dice il ricercatore Massimo Prearo, uno degli autori del report – colpendo le aree in cui la nostra ricerca rileva i maggiori blocchi istituzionali: diritti Lgbtqia+, salute sessuale e riproduttiva, educazione sessuo-affettiva ed educazione di genere». 

In quasi tutte le aree analizzate attraverso gli indici comparativi prodotti da istituzioni e organismi europei, l’Italia si posiziona nella fascia medio-bassa dell’Europa occidentale, evidenziando ritardi nel riconoscimento dei diritti e nell’attuazione di politiche efficaci per garantirne l’accesso.

La salute sessuale e riproduttiva è uno degli ambiti in cui il divario tra diritti formali e accesso reale è più evidente. Tra il 2021 e il 2025, infatti, l’Italia ha perso circa tredici punti nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Anche sui diritti delle persone migranti e rifugiate, l’Italia è tra i dodici paesi che hanno peggiorato le proprie politiche, grazie anche a misure come il decreto Cutro, che ha ristretto l’accesso alla protezione speciale, eliminato la possibilità di convertire il relativo permesso di soggiorno in un permesso di lavoro, e aumentato da 120 a 135 giorni il periodo massimo di trattenimento nei Cpr.

Scoraggiante anche l’analisi delle politiche Lgbtqia+. L’edizione 2025 della Rainbow Map assegna all’Italia solo 24 punti su 100, che ci rende l’unico paese dell’Europa sud e occidentale con un indice al di sotto del 30 per cento. Un focus specifico sulla condizione delle persone trans, inoltre, assegna all’Italia solo 7,5 indicatori soddisfatti su 32. 

Anche i dati relativi all’inclusione delle persone con disabilità sono preoccupanti: l’Italia ha un punteggio medio di 5,5 su 10 nel 2024 e nel 2025. Il 67,7 per cento delle persone con disabilità grave risulta fuori dalla forza lavoro: né occupato né in cerca di occupazione. Una condizione di inattività strutturale, spesso legata a ostacoli cumulativi di natura sanitaria, sociale e istituzionale.

Democrazia ristretta

Uno dei dati più significativi riguarda quello che le ricercatrici definiscono «deficit di conversione», come spiega Camilla Speriani, consigliera Semia: «Due ambiti a zero conversione parlamentare ma con alto consenso pubblico sono l’accesso all’aborto, supportato dal 70 per cento della popolazione italiana e l’espansione dei diritti della comunità Lgbtqia+ , il cui volume di produzione normativa è tra i più bassi registrati dal nostro dataset».

Da qui emerge il ritratto di una democrazia che non arretra necessariamente cancellando i diritti, ma che li svuota attraverso blocchi normativi, ostacoli amministrativi e accessi sempre più difficili; sottolineando la distanza tra opinione pubblica e risposta istituzionale.

«Il movimento femminista viene spesso descritto come “rumoroso”, eccessivamente allarmista, ideologico o “woke” – ricorda Paola De Leo, fondatrice e presidente di Semia – ma i dati che emergono dalla nostra ricerca raccontano una storia diversa: le preoccupazioni sul restringimento degli spazi democratici e sull’arretramento dei diritti sono fondate e misurabili». I risultati mostrano che non si tratta di «percezioni o slogan, ma di tendenze reali che meritano attenzione pubblica e risposta politica».

A seguito dei preoccupanti risultati emersi dal lavoro della fondazione Semia Fondo delle Donne, ventotto organizzazioni Lgbtqia+, antirazziste, transfemministe e impegnate nella tutela dei diritti democratici, hanno promosso una mobilitazione nazionale: Democrazia ristretta. «L’obiettivo è di allargare l’attivismo per i diritti», afferma Anita Garibalde da Silva, segretaria e coordinatrice generale del Mit (Movimento Identità Trans) – e costruire «un’infrastruttura permanente di monitoraggio, mobilitazione e proposta politica capace di contrastare l’erosione dei diritti e di restituire centralità alla partecipazione democratica».

© Riproduzione riservata