Il massimo organismo del calcio ha risposto alla denuncia della Federcalcio palestinese: solo una multa per Tel Aviv per «non aver intrapreso azioni concrete contro il Beitar Gerusalemme», una delle squadre nate negli insediamenti illegali in Cisgiordania. Amnesty International: «Violato il diritto internazionale»
Una multa da 150mila franchi e l'esposizione di uno striscione. Dopo mesi di silenzio, la Fifa ha deciso di liquidare così il caso sulla richiesta di sospensione della Federazione calcistica israeliana (Ifa) dalle competizioni internazionali. Al centro della questione, oltre al razzismo legato ai club dello Stato ebraico, c'è la partecipazione al campionato israeliano di sei squadre provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, dichiarati illegali anche dalla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 2024.
«Rifiutandosi di prendere provvedimenti contro i club con sede negli insediamenti israeliani, la Fifa non è riuscita a far rispettare le proprie regole e sta palesemente violando il diritto internazionale», ha sottolineato Steve Cockburn, responsabile per la giustizia economica e sociale di Amnesty International, in riferimento alla decisione presa il 19 marzo scorso. «La Fifa aveva una chiara opportunità di difendere i diritti dei palestinesi e il diritto internazionale: con questa decisione ha vergognosamente scelto di abbandonare entrambi».
La vicenda è stata discussa alla Sala Rossa del palazzo Coni Piscine a Roma, in occasione del conferimento del premio “Sport e diritti umani” del 2026 Amnesty International a Julio Velasco, commissario tecnico della nazionale femminile di pallavolo. Che però ha affermato: «Gli sportivi non possono pagare le conseguenze dei propri governi. È vero che viviamo momenti difficili, ma non dobbiamo perdere la fiducia».
La protesta dei club palestinesi
L'articolo 64.2 dello statuto della Fifa sancisce che le squadre di un'associazione affiliata non possono disputare partite nel territorio di un'altra associazione, a meno che quest'ultima non sia d'accordo. Nel 2024 la Federcalcio palestinese ha presentato denuncia alla Fifa, chiedendo sanzioni per il razzismo contro i palestinesi e l'esclusione delle squadre provenienti dagli insediamenti israeliani. E non solo: per la prima volta nella storia del calcio alcuni club, calciatori e organizzazioni palestinesi e internazionali si sono rivolti direttamente alla Corte penale internazionale (Icj).
Il 16 febbraio scorso è stato depositato un documento di 120 pagine in cui il presidente della Fifa Gianni Infantino e il suo omologo della Uefa Aleksander Čeferin vengono accusati di «favoreggiamento e complicità in crimini di guerra e crimini contro l'umanità».
Durante un'intervista precedente alla decisione della Fifa, Infantino – sostenitore fedelissimo di Donald Trump - aveva già affermato di non aver intenzione di imporre il divieto a Israele. «Non possiamo mai escludere un paese dal giocare a calcio a causa delle azioni dei suoi leader politici», ha aggiunto. Eppure è stato proprio lui nel 2022 ad escludere la Russia dalla federazione. Una decisione che, adesso, si dice disposto a rivedere.
Il caso del Beitar Gerusalemme
Tra le “molteplici violazioni” che la Commissione disciplinare della Fifa ammette (oggetto della sanzione), viene sottolineato che la Federazione calcistica israeliana «non ha intrapreso azioni concrete contro il Beitar Gerusalemme».
Il club è noto per la società e tifoseria israeliana tra le più violente: uno degli eventi più eclatanti che riguardano la squadra è avvenuto nel 2013, quando la società – che esplicitamente non ingaggia “arabo-israeliani” (i palestinesi del 1948) e musulmani – ha inserito nella propria rosa due giocatori ceceni di fede islamica. La scelta dell'allora presidente del club, il russo-israeliano Arkady Gaydamak, aveva scatenato l'ira cieca della tifoseria, in particolare del gruppo degli ultras La Familia, che per protesta incendiarono una delle sedi del club giallonero.
Quello del Beitar Gerusalemme è uno dei casi più noti, ma non di certo è isolato. Nel 2014 il palestinese Maharan Radi, giocatore del Maccabi Tel Aviv, è stato bersaglio di insulti razzisti che arrivano perfino sui muri delle zone della città note per la presenza dei Maccabi Fanatics, gli ultras della squadra. E ancora, di più recente, le aggressioni in giro per l'Europa ai danni di persone di origine araba, come ad Atene e Amsterdam.
La guerra ai campi da calcio palestinesi
Mentre le squadre di calcio degli insediamenti illegali in Cisgiordania partecipano ai campionati israeliani, gli spazi sportivi palestinesi sono continuamente sotto attacco. Nei mesi scorsi sono stati due gli ordini di demolizione intimati a due campi da calcio in Palestina: quello dell'Aida Camp , il campo profughi a nord di Betlemme, e quello a Umm Al Khair, nell'area di Masafer Yatta – dove è stato girato il documentario premio Oscar No Other Land, che racconta la vita della popolazione palestinese del villaggio, soggetta a continue e violente aggressioni da parte dei coloni israeliani.
L'Aida Pitch sorge all'ombra del “muro dell'apartheid”, che dal 2002 divide i Territori palestinesi da Israele. A vegliare sul campo, poco distanti, ci sono anche le torri di controllo del checkpoint 300 israeliano: la vicinanza è stato il pretesto utilizzato da Israele per imbastire un ordine di demolizione. Il caso fu portato sotto i riflettori internazionali dalla campagna “Save Aida Pitch, save our Dreams”. Anche in Italia le proteste hanno portato attivisti e attiviste sotto alcune sedi della Figc, con l'obiettivo di chiedere alla federazione italiana di prendere posizione. La mobilitazione è riuscita a far intervenire il presidente della Uefa Čeferin, che ha fatto pressioni sulla Federcalcio israeliana affinché sospendesse l'ordine.
La toppa messa sulla situazione del campo di Betlemme, però, non ha cambiato la situazione. È bastato solo un mese a far scattare un altro ordine di demolizione, questa volta a Umm Al Kheir, villaggio nelle colline a sud di Hebron. Anche qui l'oggetto del provvedimento è stato il campo da calcio, considerato dai coloni un “intralcio” all'espansione del vicino insediamento illegale di Carmel. Costruito due anni fa grazie ai soldi di alcune donazioni, il terreno da gioco è intitolato ad Awdah Hathaleen, l'insegnante e attivista ucciso il 28 luglio 2025 da un colono israeliano durante un attacco al villaggio rimasto impunito, nonostante l'identità dell'omicida sia nota grazie a un video.
«Il calcio non si gioca nel vuoto», ha affermato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. In questo contesto, continuando a dare finanziamenti, la Uefa e la Fifa «potrebbero contribuire all'espansione degli insediamenti illegali», sottolinea Amnesty e, di conseguenza, «anche alla violazione dei diritti umani». Proseguendo così a sostenere la Federcalcio di uno stato che, durante il genocidio di Gaza, ha ucciso oltre mille tra atlete, atleti e dirigenti sportivi.
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