In Palestina ci sono intere generazioni di atleti e atlete che sono state cancellate dalla violenza e dalla guerra. Dal 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso più di 1.100 sportivi a Gaza, e in Cisgiordania praticare qualsiasi tipo di sport è diventato un miraggio: diverse strutture sono state demolite e ogni competizione è stata vietata dalle autorità dello stato ebraico. Per migliaia di persone lo sport non è più un diritto, ma si trasforma in oppressione e in una rara concessione.

A denunciarlo è un nuovo report presentato alla Camera dei deputati dal parlamentare Mauro Berruto del Partito democratico, alla presenza dell’ambasciatrice palestinese a Roma Mona Abuamara e del presidente del Comitato olimpico palestinese, Jibril Rajoub. Durante l’evento hanno preso parola anche l’ex capitana della Nazionale femminile di calcio della Palestina, Dima Said, e Valerie Tarazi, ex nuotatrice per la Palestina alle Olimpiadi di Parigi.

«Non vogliamo trattamenti di favore, ma solo avere gli stessi diritti e opportunità di qualsiasi altra persona», è il concetto ripetuto più volte da chi ha preso parola.

Il report

Dall’ottobre 2023 a oggi, secondo il Comitato olimpico palestinese, sono stati uccisi 1.100 atleti. Molti erano bambini e adolescenti tra i 6 e i 20 anni, altri giovani atleti nel pieno della carriera, altri ancora dirigenti e membri delle istituzioni. Una perdita che non riguarda solo il presente, ma che compromette la continuità stessa dello sport palestinese, privandolo di competenze, simboli e futuro.

Le cifre riportano di 178 vittime di meno di 20 anni, 143 avevano tra i 20 e i 30 anni, mentre 111 avevano più di 50 anni. Particolarmente colpita anche la Federazione calcistica, che già ad agosto scorso contava 367 morti tra calciatori, allenatori, arbitri, dirigenti e presidenti di club. Alle uccisioni si sommano le distruzioni degli impianti sportivi.

Tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono 150 le strutture distrutte o gravemente danneggiate: 23 stadi e campi sportivi, 12 campi da calcio, 35 palestre e 60 sedi amministrative di club e circoli. Strutture che non rientrano tra le priorità nel processo di ricostruzione, attualmente ancora incerto, che partirà nei prossimi anni. Centinaia di atleti sono fuggiti all’estero, alcuni si sono rifugiati in Giordania, paese che ospita nei suoi stadi le partite di calcio della Nazionale palestinese. 

Case distrutte nella zona di Al-Yarmouk, a Gaza City (FOTO EPA)
Case distrutte nella zona di Al-Yarmouk, a Gaza City (FOTO EPA)
Case distrutte nella zona di Al-Yarmouk, a Gaza City (FOTO EPA)

Il simbolo della devastazione è lo stadio Al-Yarmouk, inaugurato nel 1952, uno degli impianti più antichi e rappresentativi della Palestina. E che dal dicembre del 2023 è stato usato, come dimostrano diverse inchieste giornalistiche e immagini satellitari, come centro di detenzione per prigionieri prima di essere stato raso al suolo.

Le testimonianze

«Gli atleti palestinesi non chiedono un trattamento speciale, ma semplicemente di avere lo stesso come tutti gli altri. Non vengono trattati come persone civili, mentre vediamo atleti israeliani, alcuni dei quali hanno anche prestato servizio militare nell’esercito e commesso crimini di guerra, essere trattati come qualsiasi altro sportivo», dice Mona Abuamara ambasciatrice della Palestina in Italia. 

«Quando un bambino o una bambina palestinese corre su una pista, gioca a calcio o nuota in piscina non st affermando solo il suo diritto allo sport», aggiunge augurandosi che la fiamma olimpica accesa in questi giorni ai Giochi di Milano-Cortina «sia davvero un simbolo di pace e di umanità».

A prendere parola nell’aula della Camera è stato anche Jibril Rajoub, presidente del Cio palestinese, che denuncia tre chiare violazioni della Carta olimpica: la distruzione degli impianti e delle infrastrutture a Gaza, la presa di mira di atlete e atleti nonché dei simboli palestinesi e il divieto di portare avanti qualsiasi attività sportiva nei territori occupati.

«Ci hanno paralizzato completamente, in Cisgiordania si è fermato il campionato di calcio», dice Rajoub. «Abbiamo centinaia di atleti dispersi e oltre 6mila di loro sono diventati disabili a causa della guerra. A breve avremo la più grande delegazione per le Paralimpiadi», ha aggiunto con rammarico.

«So cosa significa prepararsi a una partita mentre il tuo popolo è sottoposto a un genocidio. Non è una metafora: è la nostra quotidianità», racconta invece Dima Said, ex capitana della Nazionale palestinese di calcio e oggi portavoce della Federazione. La calciatrice ha ricordato storie che non hanno mai raggiunto i media, come quella di un suo caro amico morto dissanguato dopo che gli era stato negato l’accesso alle cure mediche per circa nove ore, a cinque minuti da casa sua.

«Quando una partita femminile viene cancellata per minacce di intervento armato o gas lacrimogeni non si ferma solo un evento sportivo: si spezza un percorso di libertà», continua Said. «Solo due giorni fa abbiamo ricevuto nuove minacce di demolizione di un campo da calcio vicino a Masafer Yatta, una zona già quotidianamente esposta agli attacchi dei coloni. E quando si minaccia la distruzione di un campo da calcio non si colpisce un’infrastruttura, ma l’infanzia, i sogni e l’idea stessa di futuro. Il calcio ha salvato molti di noi. Ci ha dato dignità, identità, uno spazio in cui esistere», aggiunge prima di concludere con un monito: «La resilienza del popolo palestinese non deve essere confusa con l’accettazione. Continuare a giocare non significa accettare l’ingiustizia».

Dopo Said ha preso parola Valerie Tarazi: «Come atleta posso dirlo chiaramente: ho perso familiari, amici, compagni di squadra, allenatori. Alcuni sono morti sotto le bombe, altri non ci sono più. Non vogliamo essere guardati come statistiche o numeri, ma come persone. Non sono qui per fare la vittima né per chiedere un trattamento di favore. Chiediamo al Comitato olimpico internazionale e alla Fifa di rispettare le loro stesse carte e i loro statuti».

In un momento in cui l’attenzione internazionale è catturata dai grandi eventi sportivi, la Palestina chiede di non essere cancellata anche da quel campo che, più di altri, dovrebbe unire. Perché lo sport, ricordano atlete e dirigenti, può essere un ponte di pace ma solo se a tutti viene riconosciuto il diritto di attraversarlo.

Il premio

Al termine della conferenza, il presidente dell’Associazione italiana allenatori calcio, Renzo Ulivieri, ha consegnato il premio Panchina d’oro 2025 al ct della Nazionale di calcio palestinese Ehab Abu Jazar. «Tutti parlano dei valori dello sport, io sono anziano. E a questi valori non ci credo. Perché nello sport i valori ci sono se ce li mettiamo», ha detto Ulivieri.

 «La Palestina ha una nazionale di calcio ma non ha uno Stato e io credo che il merito dell'allenatore sia questo», ha spiegato consegnando il premio a Jazar il quale l'ha dedicato a sua madre «che vive in una tenda nella striscia di Gaza».

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