La cronaca della giornalista di Domani imbarcata sulla Global Sumud Flotilla: gli abbordaggi e gli arresti dell’Idf in acque internazionali, a 70 miglia da Creta. Ora la flotta si ripara dal maltempo e si riorganizza. La testimonianza di Abdullah: «Se sospendono la missione, mi unirò al convoglio che prova a rompere l’assedio via terra»
Navighiamo verso Creta, verso est. Questa mattina, giovedì 30 aprile, siamo stati trasferiti a bordo di Marylin, perché Furleto, l’imbarcazione su cui abbiamo viaggiato nei giorni scorsi, date le sue buone condizioni, è tornata indietro dopo averci lasciato nelle acque territoriali greche per dare supporto alle barche rimaste nelle “retrovie”. Procediamo senza sosta a più di 5 nodi l’ora.
Alla ricerca di un riparo dal brutto tempo che si annuncia e in attesa che la flottiglia di civili, quella scampata alle intercettazioni israeliane della notte tra il 29 e il 30 aprile, in acque internazionali, a circa 70 miglia da Creta, si ricompatti. Solo una volta di nuovo insieme le barche decideranno come proseguire la missione.
Per quanto si sa finora, 21 sarebbero le barche intercettate nella notte dalle forze israeliane; una, dal nome “Tamtam”, sarebbe stata abbordata, distrutta e poi abbandonata nel Mediterraneo; 17 quelle che già nella mattinata del 30 aprile avevano raggiunto le acque greche, 14 quelle che stavano per farlo, anche grazie al supporto delle navi delle Ong Greenpeace e Open Arms che vegliano sulla missione. In tutto, 175 attivisti sono stati arrestati e portati in Israele; 23 di questi sono italiani.
«Dovremmo arrivare entro la fine della mattinata di venerdì», ci informano i membri del nuovo equipaggio, malesi, americani, turchi e polacchi, che preferiscono, per sentirsi più sicuri, non divulgare il nome della località in cui ci fermeremo nel sud dell’isola. Non si capisce ancora bene se all’ancora o in porto.
Di italiani, sulla barca per noi nuova, ci siamo Simone D’Aversa, del gruppo autonomo dei portuali di Livorno, ed io, trasferiti insieme da Furleto, dopo una notte ad altissima tensione in cui non siamo riusciti a chiudere gli occhi neanche un secondo.
La notte degli arresti
Avevamo appena finito di cenare, verso le 10, ora locale, quando abbiamo capito che qualcosa di diverso dal solito stava succedendo. I droni che già nelle notti precedenti avevamo visto sulle nostre teste si sono fatti più fitti e più bassi. Sull’acqua abbiamo visto muoversi piccole luci a velocità sostenuta. Erano quelle delle imbarcazioni che si sono identificate come israeliane, accompagnate in lontananza dai fanali di una fregata militare, che iniziavano ad abbordare la flotilla.
«All’inizio le informazioni erano confuse», spiega a Domani Abdullah Saydemir, 27 anni, turco residente in Germania: «Pensavamo fosse un’esercitazione, non riuscivo a credere che ci stessero intercettando così presto. Poi abbiamo capito che non era uno scherzo».
Saydemir racconta che la barca su cui si trovava con i suoi 9 compagni di viaggio (da questa mattina siamo in tutto 12) ha temuto l’abbordaggio nella notte da parte dell’Idf, tanto che, presi dal panico e per seguire i protocolli di sicurezza, hanno buttato in mare tutti i dispositivi elettronici e i coltelli che avevano a bordo.
«Ci sono passati di fianco tre “rhib”, si sono diretti verso la barca dietro di noi, Eros, e l’hanno intercettata. Poi uno dei battelli ha iniziato ad avvicinarsi. Ci hanno puntato le luci contro, dicevano cose che non ho capito. Non vedevo bene quanti fossero, tre o quattro, e cosa avessero in mano, ma avevano le divise dell’esercito israeliano», spiega.
Era convinto, come tutti a bordo di Marylin, che li avrebbero presi. «Invece no», dice dopo un sospiro. Non ha paura, non vuole interrompere la missione: «Se la sospenderanno, mi unirò al convoglio che prova a rompere l’assedio via terra», aggiunge, riferendosi al North African Land Convoy che a maggio proverà ad attraversare il valico di Rafah passando dall’Egitto: «Non posso restare fermo di fronte alla situazione a Gaza. Si tratta di umanità».
È convinto che l’attacco di Israele abbia un duplice significato: da un lato la testimonianza dell’espansione del suo potere e dell’impunità di cui gode, dall’altro la dimostrazione della sua debolezza: «Ci hanno attaccato subito perché siamo in tanti e hanno avuto paura di noi», uno dei pensieri più diffusi tra i partecipanti della Global Sumud Flotilla, che ora deve decidere come procedere.
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