L'authority guidata da Saverio Valentino anticipa tutti e gela l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni: otto anni di paralisi di mercato. La contro-ricetta prevede un'opzione mista con gare aperte e tetti rigidi. Il dossier sul tavolo del governo
Si preannuncia un autunno particolarmente caldo e denso di tensioni sul fronte delle telecomunicazioni italiane, con il dossier frequenze che torna prepotentemente al centro del dibattito economico e politico. A rompere gli indugi, spiazzando persino gli addetti ai lavori e gli osservatori più attenti delle dinamiche regolatorie, è l’Antitrust. Appena pubblicato un documento in cui l’Autorità garante della Concorrenza e del mercato, guidata da Saverio Valentino, smonta pezzo per pezzo il disegno regolatorio delineato dall’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni.
Il nocciolo della contesa riguarda il progetto di rinnovo non oneroso, ovvero gratuito, delle licenze mobili in capo agli attuali operatori di rete, la cui scadenza naturale è fissata al 31 dicembre 2029. Tale beneficio verrebbe concesso ai gestori a fronte di impegni formali tesi ad accelerare sulla roadmap di sviluppo del 5G nel paese.
Di norma, all’interno del complesso mosaico istituzionale italiano, l’Antitrust viene interpellata dall’Agcom in una fase successiva e rigidamente codificata del procedimento di regolazione. La scelta dell’Authority di anticipare i tempi, rompendo gli schemi tradizionali e indirizzando il proprio severo altolà non soltanto all’Agcom ma anche al ministero delle Imprese e del Made in Italy di Adolfo Urso, testimonia la serietà della situazione. Evidentemente l’Antitrust ritiene che la rotta tracciata da Agcom presenti faglie strutturali talmente profonde, e rischi sistemici così elevati, da non poter attendere i tempi ordinari del confronto istituzionale.
rinnovo gratuito
Al centro del parere dell’Antitrust c’è, appunto, il meccanismo di rinnovo a titolo gratuito delle frequenze. L’Autorità riconosce astrattamente che l’opzione del rinnovo «sia utile per garantire la continuità del servizio e per consentire agli operatori di sostenere gli investimenti necessari nella rete».
Il giudizio complessivo si arena su una bocciatura senza appello: l’Antitrust ritiene «che una sua applicazione alla totalità delle frequenze in scadenza al 31 dicembre 2029 possa incidere negativamente sul corretto dispiegarsi delle dinamiche concorrenziali».
Le conseguenze di una simile scelta politica e regolatoria sarebbero di portata sistemica e di lunga durata. L'effetto immediato consisterebbe nella cristallizzazione dell’attuale assetto di mercato per altri otto anni. Si tratterebbe di un blocco di fatto, capace di soffocare sul nascere qualsiasi dinamismo competitivo e di sterilizzare la spinta all’innovazione «ostacolando la possibilità di crescita di operatori con minori dotazioni frequenziali nonché l’eventuale ingresso di altri operatori» sul mercato nazionale, congelando le quote di potere economico e disincentivando la ricerca di efficienza industriale.
rischio collusione
Nel mirino del documento dell’Antitrust finiscono anche le presunte contromisure abbozzate dall’Agcom per tentare di tutelare i soggetti privi di una propria infrastruttura di rete, come i gestori mobili virtuali e i nuovi entranti.
In particolare, l’ipotesi formulata dal regolatore delle Tlc secondo cui gli operatori titolari di rete potrebbero adempiere agli obblighi di accesso all'infrastruttura attraverso un’unica offerta collettiva viene bollata senza sconti come «un’opzione che, laddove attuata, conduce inevitabilmente ad accordi tra operatori concorrenti di natura collusiva».
Per il mercato italiano si tratterebbe del peggiore degli scenari possibili, in quanto aprirebbe la strada a forme di coordinamento tacito o esplicito tra i giganti delle telecomunicazioni, con un conseguente e inevitabile danno economico a carico dei consumatori finali, privati dei benefici di una reale concorrenza sui prezzi e sulla qualità dei servizi.
L’alternativa
Per disinnescare quella che appare a tutti gli effetti come una bomba ad orologeria, l’Antitrust traccia una rotta alternativa, caldeggiando con forza l’adozione di un modello basato su un’“opzione mista”. La ricetta suggerita dall’authority prevede il rinnovo senza gara di una quota minima e contingentata di frequenze, rigorosamente limitata allo stretto necessario per garantire la continuità del servizio e assicurare un equo ritorno sugli investimenti già effettuati dagli operatori storici, affiancata dalla messa a bando di tutto il resto attraverso procedure competitive aperte e trasparenti, orientate in via prioritaria alla qualità tecnica dell’offerta e alla copertura piuttosto che a logiche di mero rialzo finanziario o di cassa per lo Stato.
Il tutto dovrebbe essere tassativamente protetto da rigidi tetti quantitativi, i cosiddetti “cap”, finalizzati a impedire che pochi soggetti dominanti facciano incetta di frequenze, strozzando la concorrenza.
A completare il quadro delle raccomandazioni, l’Antitrust auspica un deciso rafforzamento delle previsioni relative alle procedure sanzionatorie. In caso di inottemperanza agli obblighi imposti, l’authority chiede di introdurre meccanismi rapidi ed efficienti di riutilizzo delle frequenze revocate agli operatori inadempienti, a cui si affiancherebbe l’introduzione di un meccanismo premiale a favore dei soggetti maggiormente virtuosi nel raggiungimento dei “Kpi”, gli indicatori chiave di prestazione legati alla qualità della rete e dei servizi offerti.
Ora la segnalazione ufficiale è sul tavolo della discussione pubblica, ponendo l’esecutivo e le autorità di settore di fronte a una scelta cruciale. Resta da capire se la politica, il ministero delle Imprese e del Made in Italy e il regolatore vorranno recepire questo severo e articolato richiamo alla tutela del mercato e dei cittadini, o se a prevalere saranno logiche di conservazione dello status quo e interessi di breve periodo.
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