Sfiducia nei partiti, precarietà economica e intimidazione della partecipazione sono solo alcuni degli ostacoli che impediscono agli under 30 di trasformare realmente le società come è avvenuto nel Sessantotto. Il testo Opportunità e ostacoli di un moto giovanile fa un punto sulle nuove generazioni che non sono indifferenti alle ingiustizie
Perché la voglia di cambiare il mondo dei giovani non produce una trasformazione reale nella società? La risposta – si capisce dal saggio pubblicato da Fabrizio Barca, co-coordinatore, e Caterina Manicardi, ricercatrice, del Forum Disuguaglianze e Diversità (presentato a Roma alla biblioteca della Fondazione Basso e consultabile gratuitamente) – non è la mancanza di interesse degli under 34 per ciò che accade intorno a loro, al contrario di quanto si sente spesso dire. Ma la conseguenza dell’incrociarsi di più variabili. Nessuna di queste, però, è inamovibile.
Dal testo Opportunità e ostacoli di un moto giovanile. La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica, realizzato dal Forum nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo” con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, emerge infatti che anche oggi ci sono fattori che mobilitano i giovani, proprio come è stato negli anni Sessanta-Settanta quando i movimenti giovanili hanno avuto un ruolo centrale nella trasformazione della società: crisi ambientale, disuguaglianze sociali, lavoro, diritti, casa, salute mentale, per dirne alcuni.
Ma al contrario di quanto accadeva prima, ora mancano quegli elementi che riuscirono a rendere il moto giovanile una mobilitazione collettiva: la fiducia diffusa nella possibilità di un’alternativa, la crescita economica e la prospettiva di mobilità sociale, i partiti di massa, con milioni di iscritti e radicati sui territori, le mobilitazioni dei lavoratori all’interno delle fabbriche.
Adesso l’economia non cresce: la maggior parte dei giovani è convinta che starà peggio dei genitori. Non c’è un movimento di lavoratori capace di fare sponda a quello studentesco. Ed è il senso comune a essere diverso: l’idea che esista un’alternativa migliore all’oggi è schiacciata dalla cultura neoliberista, dall’individualismo, dall’idea che la “cosa pubblica” sia inefficace.
Così, oltre al contesto mutato negli anni (quello contemporaneo, ad esempio, privilegia le relazioni online rispetto a quelle offline), il punto non è che i giovani oggi non credano nell’efficacia della politica. Perché dall’analisi realizzata da Barca e Manicardi si evince che sono consapevoli della sua importanza nella trasformazione delle società.
Ma non hanno fiducia negli strumenti che utilizza, nel modalità in cui viene fatta la politica, cioè non si fidano dei canali organizzati attraverso cui quell’impegno dovrebbe passare: partiti, istituzioni, associazioni, sindacati, non profit, movimenti strutturati. Di conseguenza a prevalere è l’impegno individuale, e le mobilitazioni in piazza diventano momenti estemporanei in risposta a singoli eventi. Non più manifestazioni di un processo di cambiamento più ampio.
Inascoltati
A dimostrarlo i dati raccolti grazie a una ricerca durata tre anni che il Forum ha condotto su tremila studenti tra i 17 e i 19 anni: il 43,7 per cento tra i 18 e i 34 anni pensa che per cambiare la società bisogna impegnarsi personalmente in politica o nelle associazioni della società civile. Eppure, solo il 6,7 per cento effettivamente si considera «politicamente impegnato».
Ma non c’è solo la sfiducia nei confronti di partiti e istituzioni. A ostacolare i giovani d’oggi, ci sono anche la sensazione di essere inascoltati: alla domanda se la politica italiana offra spazio alle nuove generazioni, il 62 per cento dei 18-34enni risponde di no. Tra i 18-25enni il no sale al 77 per cento. E la persistenza di politiche inadeguate che producono discriminazioni che nei fatti impediscono a molti di permettersi il “lusso” di usare il proprio tempo per l’azione collettiva.
In poche parole, le condizioni economiche precarie fanno sì che siano sempre di più quelli che non possono permettersi di perdere un’ora di lavoro, di andare fuori corso, di rischiare una reputazione professionale non ancora consolidata per investire in politica e nell’impegno collettivo.
Intimidazione
A tutto questo si aggiunge anche quella che gli autori definiscono l’intimidazione della partecipazione politica. Sia personale, conseguenza, ad esempio, del fatto che con il web i datori di lavoro possono più facilmente conoscere le opinioni dei singoli e usarle come criterio informale delle assunzioni. Sia da parte delle autorità, come risultato delle politiche del governo – dai decreti anti-rave, a quelli sulla sicurezza, alla svolta autoritaria nella scuola – degli ultimi anni, volti a ridurre lo spazio del dissenso e quindi democratico.
«Con questo saggio dimostriamo che il problema non sono le nuove generazioni, ma gli ostacoli che impediscono a queste di tradursi in un moto collettivo di trasformazione sociale. Ci auguriamo che questo testo concorra a un confronto acceso, aperto, ragionevole e informato sia sull’interesse personale di ogni giovane, sia sul contributo collettivo delle nuove generazioni nella fase dura che vive la nostra democrazia», ha concluso l’ex ministro Barca, durante la presentazione, convinto che serva una strategia fatta di proposte concrete, non sussidi o azioni estemporanee, per cambiare l’idea – il senso comune – secondo cui non è possibile costruire un’alternativa migliore a quella di oggi.
© Riproduzione riservata

