Una telefonata inaspettata. Arrivata dopo una giornata tranquilla nel ricordo dei quarantotto anni dall’assassinio di Peppino Impastato e l’impegno del giornalista contro ogni forma di mafia. Il nostro cronista, l’inviato di Domani, Nello Trocchia, ha risposto al cellulare pensando a una telefonata come tante. E invece non lo era. «Sei sotto scorta», la comunicazione arrivata da Roma che ha fermato per un attimo il tempo e moltiplicato i pensieri.

Di mafia, di criminalità organizzata, di connivenze tra ultras e quel mondo di mezzo pieno di ombre ha sempre scritto Trocchia su Domani. Negli ultimi tempi le minacce al cronista si sono fatte più ravvicinate. Sia dal vivo sia sui social network. C’è chi gli ha scritto: «Devi morì». Chi non ha avuto remore nel commentare i suoi post con messaggi di questo tenore: «Giornalista terrorista. Tanto sai chi so, ognuno si sceglie il suo destino». Oppure: «Ce sentimo presto, infame».

Questi e altri messaggi sono confluiti in un fascicolo d’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Roma.

Ora però anche la Prefettura e l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, l’organo principale del Dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, hanno deciso di agire. Il giornalista era già sotto vigilanza a fasi alterne dal 2015, da rischi che sono risultati tutt’altro che astratti. I segnali quindi si sono fatti via via più inquietanti. Da qui la decisione della Prefettura.

Le minacce

Tra le minacce ricevute da Trocchia ci sono quelle di Walter Domizi, uno dei più potenti narcos liberi che comanda Roma, uscito dal carcere nel 2025 dopo una condanna per traffico di droga. Suo nipote è il boss Leandro Bennato, condannato al 41bis.

«Sarà anche un grande giornalista, ma racconta follie senza riscontro», ha scritto Domizi a Trocchia sotto a un post. In un’altra occasione sui social è intervenuto anche Alessandro Presta, nipote di Sandro Guarnera, uno dei boss del litorale romano in contatto con i Casalesi. «Giornalista terrorista. Tanto sai chi so, ognuno si sceglie il suo destino», il messaggio.

Presta nel 2015 era stato arrestato in un’operazione antidroga insieme alla batteria albanese di Ponte Milvio, che ad Acilia si era fatta le ossa prima di affiancare Fabrizio Piscitelli, in arte Diabolik, il narcotrafficante ultrà ucciso in un agguato nel 2019 al Parco degli Acquedotti a Roma. Solo venerdì la Corte d’assise d’appello di Roma ha ribaltato il verdetto di primo grado: Raul Esteban Calderon, che era stato condannato all’ergastolo per la vicenda, è stato assolto perché, secondo i giudici, «non ha commesso il fatto».

Ma non è tutto.

Tra le altre minacce ricevute da Trocchia ci sono quelle che provengono dal pugile Kevin Di Napoli. «Amen», ha scritto. Di Napoli, che conosce i giri che vanno dai Senese fino agli albanesi, è stato condannato nel processo Grande raccordo criminale. Questa sentenza non è definitiva, ha invece superato il vaglio della Cassazione un’altra per lesioni personali.

Al momento, dopo un pronunciamento della Corte d’appello di Roma, il pugile sta scontando i domiciliari in una comunità di recupero per tossicodipendenti, ma nulla gli ha impedito lo scorso anno di fermare Trocchia, alla stazione Termini, per dirgli che non gli piaceva quello che scriveva.

In questi anni l’inviato di Domani ha subito anche un’aggressione a Foggia dal fratello di un morto ammazzato, poi condannato in primo grado proprio per quest’aggressione, e dai Casamonica, poi condannati. Nei giorni scorsi un altro messaggio, dal mondo ultras. «Ce sentimo presto infame», il commento.

Il messaggio

«Le istituzioni hanno deciso di aumentare il livello di protezione nei miei confronti con l'assegnazione di una scorta. Ringrazio chi si occupa della mia sicurezza. Sento unicamente rinnovato il carico di responsabilità che deve accompagnare la mia professione. Continuerò a raccontare storie e territori saccheggiati dai poteri criminali, una città, la Capitale del nostro paese, diventata snodo del narcotraffico senza trascurare colpevoli silenzi e complicità. Ringrazio il mio giornale, le persone che sostengono il mio lavoro, i miei cari, colleghe e colleghi che mi hanno espresso vicinanza», ha detto Trocchia dopo aver ricevuto la notizia della scorta. Il suo messaggio è chiaro. Continuerà a scrivere, a raccontare i fatti e ad andare lì dove succedono le cose. A fare, insomma, solo il giornalista.

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