«Tu lo sai che mori». «Giornalista terrorista. Tanto sai chi so, ognuno si sceglie il suo destino». «Ce sentimo presto, infame». Intimidazioni e avvertimenti che pesano. E pesano ancor di più quando il destinatario è un cronista, minacciato perché svolge il suo lavoro. Quello di raccontare i fatti, e andare là dove succedono le cose.

Nello Trocchia, inviato di Domani, ha ricevuto questi e altri messaggi, oggi confluiti in un fascicolo d’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Roma. Chi li ha inviati? Esponenti di spicco del mondo della malavita, ma anche membri del mondo ultras.

L’ultimo messaggio rivolto sui social al cronista – sotto vigilanza, a fasi alterne, dal 2015 – è solo di qualche giorno fa. «Infame», scrive un soggetto, B.A., sotto a un post che parla del narcotrafficante ucciso a Roma nel 2019 in un agguato, Fabrizio Piscitelli, meglio conosciuto come Diabolik o la Strega.

Ma se B.A., a guardarne il profilo Facebook, è con ogni probabilità un utente che scrive tramite pseudonimo, alcuni dei messaggi intimidatori rivolti a Trocchia sono firmati con nome e cognome. Alcuni sono assai conosciuti.

I messaggi

Un esempio è quello di Walter Domizi: uno dei più potenti narcos liberi che comanda Roma. Domizi, detto il gattino, malavitoso di rango, è uscito dal carcere nel 2025 dopo una condanna per traffico di droga. Suo nipote è il boss Leandro Bennato, condannato solo un mese fa al 41 bis.

«Sarà anche un grande giornalista, ma racconta follie senza riscontro», scrive Domizi il 4 settembre scorso, sotto a un post su Facebook di Trocchia che riguarda il suo ultimo libro sulla mafia albanese e i Senese, il clan più potente della Capitale che oggi incrocia – nella vicenda della Bisteccheria d’Italia di via Tuscolana – il nome dell’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove.

Quel 4 settembre il narcotrafficante non è l’unico a commentare. Lo fa anche un’altra persona, un soggetto con precedenti di polizia. Scrive: «Tu lo sai che mori». Non solo. Sotto a un altro post, interviene pure Alessandro Presta: «Giornalista terrorista. Tanto sai chi so, ognuno si sceglie il suo destino».

Presta, come Domizi, ha parentele d’arte. Lo zio si chiama Sandro Guarnera, uno dei boss del litorale romano, in contatto con i Casalesi. Nel 2015 Presta era stato arrestato in un’operazione antidroga insieme alla batteria albanese di Ponte Milvio, che ad Acilia si era fatta le ossa prima di affiancare Piscitelli, cioè Diabolik. Una filiera criminale, insomma, che da Petrit Bardhi porta ad Arben Zogu e poi fino a Elvis Demce, agli albanesi, il cui potere è stato minato dalle indagini dell’antimafia.

Il fascicolo

La frase che il nipote del boss Guarnera scrive sotto al post del giornalista di Domani suona come una minaccia. Motivo per cui Trocchia, convocato dai carabinieri, decide di denunciare. Da qui l’apertura del fascicolo a piazzale Clodio, di cui è titolare il pm della Direzione distrettuale antimafia Francesco Cascini, e all’interno del quale sono confluite alcune segnalazioni dei carabinieri su altri episodi intimidatori subiti dal cronista.

Tra i messaggi non ci sono solo quelli di Presta o Domizi. Ce ne sono alcuni di esponenti della curva della Lazio: «Indegno, lascia stare i morti… È un consiglio». Oppure sotto a un post di Dillingernews, che sbeffeggia Trocchia, ne compare uno, laconico, di Kevin Di Napoli: «Amen».

Una vita – quella di Di Napoli – tra lo sport e la banda di Diabolik. I suoi guai iniziano nel 2019 quando è stato arrestato in compagnia dell’intera batteria di Ponte Milvio, pochi mesi dopo l’omicidio di Piscitelli. Una storia di botte ed estorsioni. L’accusa era pesantissima: faceva parte della squadra di picchiatori a disposizione della «Strega» e del socio di curva e d’affari Fabrizio Fabietti.

All’inizio era scattata anche l’aggravante per mafia caduta nel corso del processo.

Le altre minacce

Di Napoli, che conosce i giri giusti che vanno dai Senese fino agli albanesi, è stato condannato nel processo “Grande raccordo criminale”. Questa sentenza non è definitiva, ha invece superato il vaglio della Cassazione un’altra per lesioni personali.

Intanto il pugile nei suoi post continua a difendere la sua storia e a ribadire che lui con la droga non c’entra niente, anche se in questo momento, dopo un pronunciamento della corte d’appello di Roma, sconta i domiciliari in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Di Napoli si trova ancora in comunità.

Nulla tuttavia gli ha impedito lo scorso anno di fermare Trocchia, alla stazione Termini, per dirgli che non gli piaceva quello che scriveva. Trocchia, come detto, è sotto vigilanza, a fasi alterne, dal 2015.

In questi anni ha subito un’aggressione a Foggia dal fratello di un morto ammazzato, poi condannato in primo grado proprio per quest’aggressione, e dai Casamonica, poi condannati. Nei giorni scorsi un altro messaggio, dal mondo ultras. «Ce sentimo presto infame», il commento rivolto a Trocchia. Di professione giornalista.


Comunicato dell’Assemblea di redazione di Domani
Il nostro collega Nello Trocchia è da mesi oggetto di minacce e intimidazioni per il suo coraggioso lavoro di inchiesta, da lui denunciate all'autorità giudiziaria. L'assemblea dei giornalisti e delle giornaliste di Domani esprime solidarietà e sostegno a Nello e chiede alle autorità competenti e alle istituzioni tutte di verificare le minacce e indagare in modo approfondito, ma soprattutto di profondere il massimo sforzo per garantire la sua sicurezza e quella di tutti i colleghi che come lui sono in prima fila a svolgere il loro lavoro, quello di informare i cittadini, anche a costo di rischiare la propria incolumità.

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