Con l’arrivo dell’estate decine di migliaia di insegnanti precari perdono il lavoro e chiedono l’indennità di disoccupazione. Oltre ai ritardi nei pagamenti, devono affrontare un iter burocratico che prevede anche corsi di formazione del tutto distanti dai loro bisogni
Ogni anno, dal primo luglio, migliaia di docenti tornano a rivolgersi all’Inps per richiedere la Naspi. È ciò che accade a chi lavora con un contratto a tempo determinato fino al termine delle attività didattiche, il 30 giugno. Per nove mesi questi insegnanti garantiscono a pieno titolo il funzionamento della scuola pubblica. Poi, con l’arrivo dell’estate, il loro rapporto di lavoro si interrompe. Da quel momento inizia un percorso che pochi conoscono davvero e che racconta molto della condizione del precariato scolastico.
Il primo passaggio è la richiesta della Naspi, l’indennità di disoccupazione destinata a chi perde involontariamente l’impiego. Nella percezione comune si tende a pensare che, terminata la scuola, il problema economico sia in qualche modo risolto grazie al sussidio. In realtà le cose sono più complicate. Tra la conclusione del contratto e l’effettiva erogazione delle prime mensilità possono trascorrere settimane e le somme sono nettamente infe8riori rispetto allo stipendio.
Di fatto, per gran parte del mese di luglio molti lavoratori restano senza entrate. Nel frattempo, mutui, affitti, bollette continuano a pesare sui bilanci familiari. Per molti precari i mesi estivi diventano un esercizio di equilibrio finanziario, nella speranza che i pagamenti arrivino in tempo e che a settembre il sistema delle nomine assegni finalmente un incarico.
Corsi di formazione
Esiste però una dimensione meno visibile che molti docenti vivono come una mortificazione. A raccontarlo è Martina, docente di italiano, storia e geografia della scuola secondaria. Ha superato il concorso Pnrr risultando idonea non vincitrice. Lo scorso anno è stata esclusa dalle nomine annuali e ha lavorato solo per alcuni mesi attraverso supplenze da graduatoria d’istituto. Terminato l’ultimo contratto, ha chiesto la Naspi.
Da quel momento è iniziata una trafila che molti insegnanti conoscono: convocazione al Centro per l’impiego, colloqui di orientamento, incontri con enti accreditati per il reinserimento lavorativo e verifiche periodiche della situazione occupazionale. Il paradosso è che la docente aveva affrontato lo stesso percorso solo pochi mesi prima, in occasione della precedente domanda di disoccupazione. Come se la sua situazione professionale fosse improvvisamente cambiata.
Nel frattempo, era stato attivato anche uno dei corsi digitali rivolti ai percettori di Naspi. Le lezioni consistevano in slide elementari e registrazioni automatiche che spiegavano come aprire un file Word e utilizzare strumenti informatici di base. Contenuti che possono avere una funzione per alcune categorie di utenti, ma che appaiono surreali se rivolti a una docente che utilizza tecnologie digitali per lavoro.
Ciò che rende ancora più evidente il cortocircuito è che, durante quel periodo, la stessa insegnante stava già investendo sulla propria formazione. Frequentava un master universitario per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri e un percorso abilitante per la propria classe di concorso. La sua esperienza è il riflesso di una contraddizione più ampia che attraversa il sistema scolastico italiano. Da una parte si chiede ai docenti di accumulare titoli, certificazioni, corsi di aggiornamento, abilitazioni e specializzazioni. Dall’altra, una volta terminato il contratto, li si sottopone a procedure che sembrano ignorare completamente il percorso già svolto.
Altri docenti raccontano che perfino gli operatori dei Centri per l’impiego vivono queste situazioni con disagio. Si trovano davanti lavoratori e lavoratrici altamente qualificati, che non hanno bisogno di essere convinti a cercare lavoro. Viene allora da chiedersi se l’incremento di queste procedure negli ultimi anni non sia legata anche alla necessità di attuare progetti finanziati con le risorse del Pnrr, spesso caratterizzati da obiettivi quantitativi e procedure standardizzate che mal si adattano alla specificità del lavoro docente.
Tre mesi di vacanza?
Per questo sarebbe utile abbandonare definitivamente una delle narrazioni più radicate sul mondo della scuola: quella dei famosi «tre mesi di vacanza». È un luogo comune che colpisce un’intera categoria e che contribuisce a svalutare il lavoro degli insegnanti, i cui stipendi continuano a essere tra i più bassi d’Europa rispetto al livello di istruzione richiesto e alle responsabilità esercitate.
Nel caso dei precari, però, a questa narrazione distorta si aggiunge un elemento ulteriore. Dietro l’immagine dei presunti mesi di ferie si nascondono persone che attendono il pagamento della Naspi, che affrontano colloqui e adempimenti burocratici, che continuano a formarsi e che spesso non sanno ancora dove lavoreranno a settembre.
Il 30 giugno, per decine di migliaia di docenti segna l’inizio di una nuova stagione di incertezza. E forse è proprio da qui che dovrebbe partire qualsiasi riflessione seria sul precariato scolastico: non dalla disponibilità dei lavoratori e delle lavoratrici a formarsi o a cercare un impiego, ma dall’incapacità dello Stato di garantire continuità occupazionale e dignità professionale a chi ogni anno contribuisce a far funzionare la scuola pubblica.
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