Enrico Zucca è il pm che ha combattuto i silenzi, quelli della politica e quelli delle istituzioni, facendo condannare alcuni tra i massimi funzionari della polizia di Stato per i fatti della scuola Diaz, a Genova. Proprio nel capoluogo ligure, nei prossimi giorni, sono attesi manifestanti da tutta Italia e dai centri sociali per i 25 anni del G8, il vertice internazionale segnato da scontri – gli stessi in mezzo ai quali ha perso la vita Carlo Giuliani -, abusi e brutalità compiute dalle forze dell’ordine. 

Procuratore, come si augura che verrà gestita la piazza?

Credo che la polizia ora sappia quale sia il giusto bilanciamento tra la fermezza contro le violenze e il dovere di consentire la protesta, anche quella accesa e rabbiosa di giovani che reagiscono a ingiustizie, ma dimostrano di non aver speranza in un cambiamento reale. La proporzionalità nell’uso della forza è ciò che la rende legittima, la violenza della polizia è fuori dallo stato di diritto. Questa sarà la linea di azione e non è un augurio: si tratta di una previsione basata su ciò che è già stato fatto a Genova nelle situazioni di tensione. C’è un serio lavoro di informazione, di preparazione, anche di mediazione che non si vede, ma viene fatto. Fondamentale è la percezione del proprio ruolo che non è quello di un esercito contro un nemico indistinto. Conviviamo con i tifosi violenti e sovente si viene a patti con loro, possibile che si evochi lo spettro di città messe a ferro e fuoco dai devastatori che sparano razzi e sfasciano qualche vetrina? Un crimine, le emergenze però non sono queste.

L’Italia non ha ancora adempiuto alle sentenze che ci condannano per i fatti del G8. Perché? E a livello legislativo, cosa pensa del reato di tortura?

Sì, le sentenze per i fatti del G8 sono ancora sotto stretta supervisione del comitato dei ministri del Coe, che richiede rigorosi procedimenti disciplinari per i condannati, con la loro rimozione e la necessaria misura del codice identificativo che è lo strumento per una vera responsabilizzazione, non bastano infatti le bodycam, perché solo a disposizione degli agenti. Quanto alla tortura c’è preoccupazione per le proposte di legge per trasformarla in mera aggravante di reati comuni. Qui c’è l’elefante nella stanza. Nella narrazione corrente si associa la tortura solo a Bolzaneto e si evita di associarla all’operazione Diaz. Eppure la Corte di Strasburgo costruisce la nozione di tortura proprio per i fatti della Diaz e la ritaglia poi per Bolzaneto. 

Come mai?

A parte il coinvolgimento dei massimi livelli della polizia alla Diaz, legati ad una cerchia di potere che dura, si evita di riconoscere la tortura in quel caso per avere le mani libere nelle operazioni di ordine pubblico. Nella relazione ai disegni di legge abrogativi c’è scritto tra le righe proprio questo.

Chi è stato condannato per la vicenda della scuola Diaz oggi si trova a ricoprire ruoli apicali. È normale?

È una violazione convenzionale senza giustificazioni. È vero che la Corte costituzionale esclude automatismi nelle sanzioni quali la destituzione, ma l’amministrazione aveva discrezionalità per evitare brillante carriera ai condannati per reati infamanti. Il messaggio è devastante. Le risposte dei governi al comitato dei ministri del coe che ne chiedeva conto sono state omissive e fuorvianti. La vera storia dei procedimenti disciplinari è un insulto alla Corte.

Qual è il primo ricordo che ha del processo sui pestaggi alla scuola Diaz?

La riluttanza dei vertici dell’ufficio e di colleghi a indagare sui poliziotti e le parole di alcuni giudici che non avevano convalidato gli arresti: non potete coprire quello che è successo. E infatti loro sporsero formale denuncia in procura.

E un rimpianto?

Che neppure un poliziotto si fosse fatto avanti a dire la verità. Si poteva, si doveva. Persino alcuni militari e agenti della Cia trovarono il coraggio di denunciare le torture a Guantanamo, e nei buchi neri della Cia.

Per il processo fondamentale fu la ricostruzione delle prove false. Le molotov ad esempio. Un dettaglio di primo piano. Come riusciste a capire che qualcuno le aveva portate dentro alla scuola?

L’input venne da alcuni avvocati che avevano visto atti del comitato parlamentare. Con un escamotage ci procurammo un elenco di tutti gli ordigni sequestrati al g8. I conti in effetti non tornavano. Da qui iniziò una complessa ricostruzione. Non dimentichiamo che poi le molotov vennero, con un secondo depistaggio, distrutte per impedire di utilizzarle come prova.

Al tempo parlò di solitudine delle magistrature. Perché? Oggi la situazione è cambiata?

I processi ai poliziotti sono difficili e rischiosi ovunque. C’è un conflitto di interessi e un intreccio di carriere tra magistrati e polizie da non sottovalutare. L’indipendenza è una pratica, non una teoria.

Ora è in pensione, dopo aver ricoperto l’incarico di procuratore generale a Genova. Cosa pensa di aver lasciato al sistema giudiziario? A noi spetta provarci, il resto non è affar nostro, citando T.S. Eliot. Impegnarsi e lavorare seriamente, mi permetto di dire.

Se si guarda indietro crede che si sia stato un cambiamento nelle forze di polizia. Pensiamo al caso Cinturrino a Milano: mele marce o problema strutturale?

I problemi emersi al g8 sono strutturali, non c’è dubbio. La devianza va contenuta, ma senza trasparenza è partita persa. C’è molto da fare.

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