Nel luglio 2002, durante un’intervista a un quotidiano italiano, l’allora responsabile delle ricerche sull’Europa occidentale di Amnesty International descrisse quanto accaduto un anno prima durante il G8 di Genova come «una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente».

Quella frase, nei successivi 24 anni, è stata citata più volte – in alcuni casi con qualche imprecisione lessicale ma sempre corretta nella sostanza – nel corso di dibattiti parlamentari, è finita nei titoli di testa di film e documentari, è stata riportata in varie pubblicazioni.

Il podcast

Ora, viene pronunciata di nuovo: nel podcast La Sospensione: Bolzaneto e il G8 25 anni dopo, scritto da Francesca Zanni (che si è già occupata di morti nelle mani dello stato, come Federico Aldrovandi e Francesco Mastrogiovanni) per Amnesty International Italia, prodotto da Emons Record in collaborazione con Domani.

In sette puntate, la prima in uscita oggi e l’ultima nei giorni del venticinquesimo anniversario del G8 di Genova, prendono la parola persone alle quali la parola è stata spesso tolta (quelle sopravvissute alla «violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste»), persone che hanno assunto la loro tutela legale, pubblici ministeri, giornalisti (tra i quali Nello Trocchia, che scrive su questo giornale), rappresentanti di quell’altro mondo possibile che dalla «violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste» venne reso impossibile. C’è la voce spezzata ma resistente di Haidi Gaggio, madre di Carlo Giuliani. I fatti, nudi e crudi, in quattrocento minuti complessivi.

Delle violazioni dei diritti umani verificatesi a Genova venticinque anni fa è stato detto e mostrato molto: la repressione in piazza, l’assalto alla scuola Diaz (con le tv che dall’esterno riprendevano l’inizio dell’irruzione e il suo esito, decine di corpi feriti sulle barelle) e l’uccisione di Carlo Giuliani, ripresa da una moltitudine di immagini ma sempre con una prospettiva ingannante.

Tuttavia, abbiamo saputo poco e visto nulla del luogo in cui non c’erano telecamere: un luogo chiuso, isolato, la caserma di Bolzaneto adibita a centro provvisorio di detenzione. Qui quella «violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste» assunse le forme terribili della sparizione e della tortura, ai danni di persone inermi, molte delle quali provenienti dall’estero, molte delle quali poco più che maggiorenni, molte delle quali alla loro prima manifestazione.

Assenze e tabù

Tortura. Eccola, la parola all’epoca “tabù”. Non si doveva pronunciare perché si asseriva fosse una pratica estranea ai valori dell’Occidente. Venne in realtà pronunciata dalle persone sopravvissute, dalle persone che le difendevano e dai pubblici ministeri durante i processi: una presenza-assenza costante nelle aule giudiziarie.

All’epoca quella parola nel codice penale non c’era e non ci sarebbe stata per altri 16 anni, fino a quando una sentenza della Corte europea dei diritti umani – proprio su una storia del G8 di Genova, il “caso Cestaro” – e una campagna lanciata da Amnesty International, accompagnata da altre associazioni per i diritti umani e portata avanti in parlamento da Luigi Manconi, costrinsero il parlamento a scriverla nell’articolo 613 bis.

L’assenza di quel reato, così come della previsione dei codici identificativi per le forze di polizia (mancano tuttora e sono tanti i governi che vi si sono opposti e i parlamenti che non hanno voluto discuterne), produssero un esito del tutto inadeguato in sede processuale: si riconobbe la gravità dei fatti ma le persone cui addebitarli furono poche e di lieve entità i reati di cui dovettero rispondere.

Il risultato paradossale fu che furono emesse condanne più pesanti per i manifestanti che avevano danneggiato cose che per i funzionari dello stato che di danni ne avevano fatti, anche molto gravi, a decine e decine di persone. La sintesi di tutto: impunità.

In un caso, precisamente in quello in cui una persona venne uccisa, Carlo Giuliani, addirittura a processo non si andò, rinunciando così a ricostruire quella morte attraverso un dibattimento giudiziario.

Il podcast non si limita a ripercorrere le violazioni dei diritti umani e le successive vicende processuali. Racconta gli obiettivi di quel movimento di sei miliardi di persone che sfidavano gli otto grandi della terra, quell’altro mondo possibile che, ad averlo realizzato, oggi staremmo meglio. Prova a spiegare perché persone dal curriculum specchiato e con una storia di contrasto al crimine organizzato rischiarono di giocarsi reputazione e carriera organizzando quella che Michelangelo Fournier, all’epoca vicedirigente del reparto mobile di Roma, definì durante una deposizione processuale, una “macelleria messicana”.

Denuncia la mancanza di volontà, da parte delle istituzioni italiane, di fare luce sulle responsabilità politiche così come di collaborare alla ricerca della verità e della giustizia. Soprattutto, nell’ultima puntata, pone la domanda più inquietante. “Potrebbe accadere di nuovo?”.

 LE PRESENTAZIONI DEL PODCAST

20.07, Milano ore 19:00 con Francesca Zanni, Riccardo Noury e Riccardo Poli da BASE

21.07, Roma ore 19.30 con Francesca Zanni, Riccardo Noury, Nello Trocchia e Paolo Girella da Villetta Social Lab

22.07, Torino ore 19:00 con Francesca Zanni Carla Gottardi da Comala

30.07, Sarzana ore 19:00 con Francesca Zanni, Riccardo Noury, Daniele Pignatelli e Federico Lera. In Piazza Luni per la rassegna I libri per strada

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