Una suggestione, nient’altro che una suggestione, ma è singolare che la denominazione delle mafie sia tutta al femminile: la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita, la stidda. Non so perché ciò sia accaduto. So che la questione donna è più che mai attuale. Nella ‘ndrangheta, fino a non molto tempo fa, le donne erano evanescenti, come se non esistessero; presenze silenziose, invisibili, protette da un bozzolo che li collocava in un cono d’ombra.

In casa, accanto ai loro uomini, crescevano i figli; i mariti avevano altro da fare, pensavano ad accumulare soldi ed erano sempre fuori, oppure erano in galera; e allora le mogli erano impegnate in un via vai dalle carceri a dare conforto, a fornire informazioni, a portare all’esterno ordini. Il loro regno era la casa dove educavano le figlie che si sarebbero sposate con un altro giovane, anche lui figlio di un uomo d’onore. Era il destino comune di tutte le figlie di uomini di ‘ndrangheta: sposarsi tra di loro. Oppure crescevano giovani pronti a uccidere. «Sarai bravissimo a sparare» dice il marito di Giuseppina parlando al suo bambino.

Tempi cambiati

Poi, qualcosa è cambiato. Sono cambiate le ‘ndrine, hanno cercato di stare al passo con i tempi, ma soprattutto è cambiato il ruolo delle donne nella società. Oggi le donne hanno un peso diverso, sono presenti in tutti i gangli della società, hanno raggiunto traguardi un tempo impensabili in tutte le professioni. Ci sono ancora ritardi da colmare, ma i passi in avanti sono enormi.

Tutto ciò è risuonato dentro il cuore profondo delle ‘ndrine dove gli uomini hanno sempre immaginato che tutto dovesse essere da loro controllato. E invece non potevano controllare tutto delle donne; potevano rinchiuderle in casa, ma non potevano impedire che si innamorassero di un altro uomo, qualche volta addirittura di uno sbirro, e non potevano impedire di amare i loro figli, in un modo che un uomo difficilmente comprende. Gli uomini traditi dai sentimenti delle donne.

Ci sono donne che sono diventate protagoniste e vittime, come Maria Concetta Cacciola o Lea Garofalo che hanno avuta una tragica fine. Donne come Giuseppina Pesce, anche lei una vittima, che abbandona i suoi e, dopo un lungo travaglio, decide di collaborare con la pm Alessandra Cerreti. La sua storia adesso è raccontata in un volume edito da Piemme e scritto da Danilo Chirico con Giuseppina Pesce La figlia del clan. Un cognome da nascondere un destino da riscrivere. Una storia tragica e avvincente, raccontata come un romanzo, che si inoltra nei luoghi più misteriosi di una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta.

«Io amavo la mia famiglia, quando ho scelto di collaborare, l’ho fatto soltanto per dare un futuro ai miei figli». Ecco, i figli. Sono il bene da preservare. Tra il padre, la madre, il marito, il fratello e i figli, lei sceglie, non senza travagli e dolore, la salvezza dei figli. E per salvarli deve perdere gli altri perché la struttura familiare della ‘ndrangheta non dà scampo.

Il proprio dramma

Un tempo non era così. Buscetta parlò con Falcone e disse che lui non si pentiva di niente perché erano gli altri, i viddani corleonesi, quelli che avevano infranto le regole, e lui si sentiva in diritto di parlare non essendo più vincolato all’antico giuramento fatto quand’era giovane. I collaboratori di quella generazione si mossero su quella scia. Adesso, e Giuseppina Pesce è una testimonianza preziosa, le cose sono diverse. Lei ha salvato i suoi figli e ha fatto condannare la sua famiglia d’origine. Sta tutto qui, e non è poco, il suo dramma.

I Pesce sono una famiglia patriarcale e maschilista, dove comandano gli uomini. «Già a nove o a dieci anni ti viene inculcata l’idea del capo da servire e delle regole da rispettare». Suo marito è un uomo violento, la picchia selvaggiamente e l’umilia di continuo. Nessuno della famiglia va in suo soccorso. Chiede aiuto alla madre e lei confessa alla figlia che anche il marito la picchiava, anche se non la tradiva. «In fondo questo ai loro tempi era normale». Ma quei tempi sono passati.

Già! Ma loro non sono cambiati, si sono ossificati nella cultura barbarica dell’onore da vendicare. Il tradimento, l’innamorarsi di un altro uomo è imperdonabile. Solo la morte può cancellare l’onore macchiato. È come se vivessero nei secoli passati. Sopravvive un concetto dell’onore mortifero. Rimane il fatto agghiacciante che mafiosi che si vantano di essere uomini d’onore si comportino così con le loro donne e lascino che le loro figlie o sorelle vengano trattate in modo selvaggio e belluino dal marito.

Le donne vivono una vita dorata con l’omaggio di tutti e una quotidianità terribile di segregazione, di umiliazioni, di violenza subita. C’è da chiedere alle giovani e ai giovani che potrebbero essere attratti dal miraggio del denaro e del potere: ma conviene fare una vita come quella raccontata nel libro? Conviene vivere nel terrore d’essere uccisi, o arrestati nel cuore della notte, farsi anni e anni di galera, privati dei soldi e degli affetti più cari? Davvero conviene?

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