A rivelarlo il rapporto “Lavoratori a rischio per le ondate di calore” realizzato da Greenpeace insieme a Cgil. Presentato a Roma, di fronte il Colosseo, mentre le statue di ghiaccio raffigurati contadini, rider e lavoratori delle costruzioni si sono sciolte al sole
Il caldo non è uguale per tutti. Sono 670 mila gli occupati che in Italia ogni giorno lavorano in condizioni pericolose durante le giornate estive. Greenpeace, combinando le previsioni di rischio caldo del progetto Worklimate con i dati Istat sull’occupazione restituisce una fotografia sui settori e le zone più colpite, nel nuovo report “Lavoratori a rischio per le ondate di calore” realizzato insieme a Cgil. L’organizzazione ambientalista lancia l’allarme con un’azione a Roma di fronte il Colosseo facendo sciogliere al sole delle statue di ghiaccio raffigurati contadini, rider e lavoratori delle costruzioni.
La nuova normalità
Sono solo le 9.30 del mattino ma il sole batte già forte sull’asfalto, bastano pochi secondi per iniziare a far sciogliere il ghiaccio. Le statue di ghiaccio di Greenpeace nel centro storico della capitale raffigurano le categorie di lavoratori più colpite dalle alte temperature.
Perché il caldo non colpisce tutti allo stesso modo. Il contesto socio-economico di partenza di una persona, il suo accesso a strategie di adattamento, lo status di salute psico-fisica, sono tutti elementi che portano ad effetti più o meno dannosi in combinazione con le alte temperature. Greenpeace lancia l’allarme in particolare su come il nuovo clima si interseca con il mondo del lavoro.
Secondo l’analisi dei dati, nel giro di soli cinque anni i giorni estivi con rischio caldo "alto" (la classificazione tecnica utilizzata dalle ordinanze regionali anti-caldo) per i lavoratori sono passati da una media di 22 giorni nel biennio 2021-2022 a 35 giorni nel biennio 2024-2025. Un incremento del 60%: la nuova normalità ha tardato poco a insediarsi.
Negli ultimi cinque anni i lavoratori costretti a lavorare durante le giornate a rischio caldo alto sono diventati 670 mila. Asfalto scottante, aria torrida e sole a picco. In alcune giornate sono stati colpiti fino a 1,5 milioni di lavoratori in tutta Italia.
Nelle province e nelle città metropolitane dei capoluoghi di Regione oggetto di analisi, il 9% degli occupati svolge mansioni “intense”, cioè potenzialmente caratterizzate da un elevato tasso metabolico proprio nei mesi in cui le temperature raggiungono i livelli più critici: una persona su dieci.
Inoltre, lavorare con questo nuovo clima anche se nei casi in cui non porta a un’emergenza diretta (per esempio uno svenimento), crea un ambiente pericoloso e non adatto a portare avanti le mansioni. Dallo stress, fino alla perdita di concentrazione e rischi per la salute mentale, sono tutti fattori da non sottovalutare nell’ottica di evitare incidenti e infortuni.
I lavoratori più esposti
La quota maggiore di esposti si trova nelle costruzioni (251 mila), seguite da trasporto merci, logistica e riders (243 mila), manutenzione del verde e servizi per edifici (125 mila) e agricoltura (48 mila). Ciò che accomuna tutti questi lavoratori è di certo l’esposizione esterna, diverso è per chi lavora al chiuso e può climatizzare l’area. Ma anche condizioni di lavoro più fragili, precarie e spesso non tutelate. Essendo poi mansioni fisiche e intense, oltre al caldo si aggiunge l’innalzamento della temperatura corporea, aumentando il rischio di collasso.
Una fotografia del nuovo mondo critica per non intervenire. E i sindacati parlano chiaro. «Il caldo estremo non è più un’emergenza occasionale: richiede risposte strutturali. Servono tutele immediate per le lavoratrici e i lavoratori, a partire da una cassa integrazione obbligatoria nelle ore più calde e da una riorganizzazione degli orari di lavoro, anche per i rider, il cui rapporto di lavoro si conferma di fatto subordinato. C’è inoltre bisogno di climatizzare gli ambienti di lavoro al chiuso. Occorre tassare i profitti record, compresi, naturalmente, quelli delle industrie fossili, e destinare una parte significativa di queste risorse all’incentivazione delle energie rinnovabili, per favorire la transizione energetica di cui abbiamo davvero bisogno», dichiara Francesca Re David, Segretaria confederale della Cgil.
L’adattamento non può essere la soluzione
Ma per risolvere gli incidenti sul lavoro legati al caldo non è sufficiente intervenire solo nel piccolo, o con misure di adattamento. Un cambiamento tangibile può avvenire solo risalendo la catena di responsabilità, e interrompendo ciò che genera la crisi. Una crisi che ricade sulle spalle dei meno colpevoli. Questo è quello che suggerisce Greenpeace quando di fianco alle statue di ghiaccio che si sciolgono, ha mostrato dei cartelli con su scritto «le aziende fossili si arricchiscono noi ci squagliamo».
«Questa strage annunciata ha dei colpevoli: le industrie petrolifere e le politiche energetiche basate sui combustibili fossili dei governi complici, come avviene anche in Italia con le aziende del gas e del petrolio e il governo Meloni. È arrivato il momento di far rispettare il principio "chi inquina paga” e di riconoscere le responsabilità delle industrie fossili», dichiara Simona Abbate, campaigner Clima ed energia di Greenpeace Italia.
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