I migranti che muoiono sul lavoro spesso non risultano nelle statistiche ufficiali: sono persone senza contratto e a volte anche senza documenti. Tra sfruttamento, insicurezza e ingiustizie, nel loro caso il lavoro uccide due volte
Quando il 12 marzo scorso Abdellah Rahali viene trovato senza vita tra i calcinacci di un cortile, nessuno sa chi sia. È un operaio precipitato da 15 metri di altezza durante i lavori di ristrutturazione di un immobile a San Marcellino, nel Casertano. In tasca non ha i documenti e, come si scoprirà alcuni giorni dopo, a casa non ha un contratto di lavoro. Per risalire alla sua identità, serve l’intervento di don Carmine Schiavone, direttore della Caritas di Aversa.
Che con un sorriso amaro conferma a Domani quanto conoscesse bene Rahali: «Non dimenticherò mai la sua dolcezza», racconta. «Veniva ogni sera a cena qui». È grazie a lui se gli inquirenti riescono a mettere in fila le prime informazioni fondamentali: Rahali aveva 38 anni, era originario di Sidi Moussa (Algeria), abitava in Italia senza famiglia.
Dalle indagini emerge un altro elemento, riportato anche sulle cronache locali: qualcuno avrebbe provato a liberarsi del suo corpo, caricandolo nel baule di una macchina, salvo poi riportarlo sul luogo dell’incidente. Al momento, per la sua morte, ci sono due indagati per omicidio colposo e violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro: il proprietario dell’immobile e il titolare della ditta edile. Eppure la sua storia rischiava di non essere scoperta, come quella di tanti altri lavoratori stranieri, che sono fantasmi.
Rahali è uno dei nuovi desaparecidos: migranti morti sul lavoro senza contratto, a volte senza permesso di soggiorno, spesso senza una famiglia in Italia. Persone che non risultano nei dati ufficiali degli infortuni mortali e che rischiano di non ottenere giustizia neanche dopo la morte.
Fuori dai dati
In Italia muoiono in media 3,2 persone sul lavoro al giorno. Circa il 20 per cento di loro è di origine straniera: sono soprattutto romeni, marocchini, indiani. Per Paolo Carminati, presidente di Aifos (Associazione italiana formatori ed operatori della sicurezza sul lavoro), dipende da una combinazione di fattori, tra cui lavori più rischiosi e maggiore precarietà. Ma anche, sottolinea, «una formazione sulla sicurezza che non tiene conto delle barriere linguistiche e culturali». Se si allarga lo sguardo ai lavoratori irregolari, emerge un quadro ancora più grave di quello restituito dalle sole statistiche Inail.
Da quasi vent’anni Marco Bazzoni, operaio di una ditta metalmeccanica di Barberino Tavarnelle (Firenze), delegato alla sicurezza della sua fabbrica, è impegnato nella catalogazione degli incidenti sul lavoro in tutta Italia. Secondo le sue ricerche, nel 2025 ci sono state circa 1.500 morti sul lavoro. Eppure, anche dalla sua lista, sono in molti a rimanere esclusi: si tratta di persone di cui non parlano nemmeno i giornali locali e che per le famiglie d’origine risultano scomparse.
Come sottolinea il sociologo e ricercatore Eurispes Marco Omizzolo, «alla persona immigrata viene riconosciuta una soggettività solo mentre è in Italia e può avere un’attività lavorativa. Tutto quello che c’era prima, la sua storia, la sua cultura, le sue relazioni, i suoi progetti, per noi non esiste». Un’invisibilità che prosegue dopo la morte: «È di nuovo senza storia, senza nome, senza dignità. Essendo soltanto un corpo, non ci si preoccupa né della sua famiglia né di garantirgli una sepoltura che rispetti la sua religione».
Colonialismo post mortem
A oltre un mese dalla morte di Rahali, il suo corpo si trova ancora in Italia. Sua sorella e suo cognato a marzo sono partiti da Sidi Moussa verso San Marcellino. Dopo pochi giorni, però, hanno lasciato la provincia di Caserta senza sapere quando potranno dare una sepoltura al loro familiare, in attesa della chiusura delle indagini. L’iter per chi muore sul lavoro è sempre lungo ed estenuante. Con le famiglie lontane, lo è ancora di più.
La responsabilità del recupero del corpo spetta al comune, che, attraverso i consolati, prova a rintracciare i parenti. Nel caso di trasferimento della salma, copre i costi del viaggio. Se i parenti non vengono rintracciati, si procede alla sepoltura in Italia, che avviene in campi comuni. Le amministrazioni in ogni caso procedono a seconda della propria sensibilità. Con casi anche di sepolture tradite: sikh tumulati o musulmani sepolti sotto una croce. Una forma, secondo Omizzolo, di «colonialismo post mortem».
C’è un altro movimento che sfugge alle stime e alle storie dei morti sul lavoro. Sono le persone che tornano nel paese d’origine per morire. Succede soprattutto nel settore dell’agricoltura. «Le persone lavorano vent’anni in condizioni di grave sfruttamento, con retribuzioni basse ed esposizione psicofisica continua», spiega Omizzolo. Spesso, anche a contatto con sostanze chimiche. Come nel caso di Paul Neeraj, bracciante abbandonato all’ospedale Ruggi di Salerno, morto il 24 aprile dopo due settimane di agonia.
L’uomo, un 36enne di origine indiana, era stato ricoverato con le gambe in stato avanzato di cancrena. Secondo quanto riferito dall’ospedale, probabilmente proprio a causa dell’esposizione prolungata ai prodotti corrosivi con cui entrava in contatto nei campi, senza le adeguate protezioni. «Alcune persone sviluppano patologie cancerogene. E spesso sono destinate alla morte», afferma il sociologo.
Molte sono costrette a continuare a lavorare per mantenere le proprie famiglie all’estero. Quando la malattia si aggrava e il lavoro nei campi o nei cantieri diventa impraticabile, tornano nel proprio paese di origine per morire. Ufficialmente sono migranti di ritorno. Nei fatti, sono altre vittime invisibili del lavoro.
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