Ha dovuto vendere il club con le sanzioni alle porte per gli oligarchi vicini a Putin dopo l’invasione dell’Ucraina. A 58 anni è sparito dai radar. Il Telegraph ha rintracciato i suoi yacht a Marmaris, sulla costa sud-occidentale della Turchia, A Stamford Bridge i tifosi continuano a celebrarlo perché la squadra nel frattempo ha dovuto cercare nuovi modi per fare football. Con un biglietto di seconda classe
Eh, quando c’era lui. Quando c’era lui gli allenatori del Chelsea non dicevano che gennaio era un mese disastroso. Invece Enzo Maresca pochi giorni fa non si è tenuto e ha sputato il rospo: «In campo mi piacerebbe vincere più partite, ma va bene così. Fuori dal campo è un disastro a causa dei tanti rumors di mercato che non ci aiutano».
Quando c’era Roman Abramovich anche il Chelsea era un’altra cosa. A 58 anni l’ex proprietario dei Blues è sparito dai radar. Un’entità fantasmatica rievocata dai lussi e dai suoi yacht Eclipse e Solaris. Li hanno rintracciati i giornalisti del Telegraph in un bel reportage: stanno ormeggiati a Marmaris, sulla costa sud-occidentale della Turchia, la nuova casa del magnate russo. La città portuale turca conta poco meno di 100.000 abitanti ed è popolare tra i turisti attenti al budget, quelli che preferiscono pacchetti tutto incluso.

Ci sono i ristoranti sul mare, i fast-food, le discoteche con musica Europop. E qui la nuova vita di Abramovich vola e va tra un kebab e un filetto d’agnello, così hanno raccontato chef, camerieri e pescatori locali al quotidiano britannico. Si è detto che inizialmente avesse affittato una residenza sul mare per 40.000 dollari al mese. Ma nessuno ha mai confermato. Membri del suo entourage hanno confermato che non avrebbe acquistato proprietà lì, ma alcuni abitanti del posto collegano Abramovich a una villa lussuosa nel prestigioso quartiere di Vanikoy. Una galera dorata.
La vita dei Blues
Di certo non sono più vite in sincro, quelle dell’oligarca russo e dei Blues. C’eravamo tanto amati. E oggi c’è anche chi lo rimpiange. A Stamford Bridge i tifosi continuano a celebrarlo, ma esiste una certa animosità nei confronti di Abramovich all’interno del consiglio di amministrazione che lo ha sostituito (una cordata americana guidata da Todd Boehly) poiché la Premier League sembra pronta a penalizzare il club con una multa per presunti pagamenti non registrati.
Il Chelsea nel frattempo ha dovuto cercare nuovi modi per fare football. Oggi la squadra londinese viaggia in top ten ma con un biglietto di seconda classe, e non c’è male rispetto al disastro di due stagioni fa. Maresca dice che il Chelsea «non è in corsa per il titolo» e che «non siamo pronti a competere». Un anno di crisi anche quello passato, tra acquisti e scelte folli era costato la bellezza di 900 milioni di euro, in pratica un club allo sbando, senza guida, senz’anima, senza sua maestà Abramovich appunto.
Il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, ha capovolto il mondo. Pure quello glassato di Abramovich. Con le sanzioni imminenti, aveva messo in vendita il Chelsea promettendo che i proventi sarebbero stati destinati immediatamente a tutte le vittime della guerra. Il club era stato venduto a maggio, ma i 5 miliardi di euro di ricavi rimangono bloccati in un conto congelato. Era stata la fine della Football Industry, come scrisse il Sole24Ore. Un’era cominciata nel 2003, quando Abramovich scelse i Blues per ostentare la sua onnipotenza. In un’intervista alla Bbc, Abramovich dichiarò di non avere comprato il club per fare altri soldi. «Esistono tanti altri modi meno rischiosi di guadagnare». Secondo i giornalisti Dominic Midgley e Chris Hutchins, autori della biografia non autorizzata Abramovich, The Billionaire from Nowhere, per lui il Chelsea fu altro: una costosissima «assicurazione sulla vita». Un modo, insomma, per evitare conflitti di interesse con l’amico-oligarca Vladimir Putin.
Perché il Chelsea
L’approdo di Abramovich nel calcio inglese rappresentò una specie di spartiacque. Prima del suo sbarco in Gran Bretagna solo due società di Premier appartenevano a stranieri: il Fulham acquistato nel 1997 dal proprietario egiziano di Harrods, Mohamed Al-Fayed, e il Portsmouth salvato nel 1999 dal cinico affarista serbo Milan Mandaric. Scelse il Chelsea perché gli era piaciuto Stamford Bridge. Dall’alto. Lo aveva visto mentre sorvolava Londra dal suo elicottero. Ken Bates, l’ex proprietario, ha raccontato che Abramovich aveva considerato l’acquisto del Manchester United, finito due anni più tardi alla famiglia americana dei Glazer. «Andò a vedere una gara dello United. Gli piacque la partita, ma non l’atmosfera. Fece un sondaggio sui venti club della Premier League e decise di prendere una squadra di Londra».
Abramovich aprì un filone. E uno stile. Tantissima ostentazione, pochissime interviste. Non si è mai fidato di nessuno. Thomas Tuchel, ora allenatore dell’Inghilterra, lo incontrò per la prima volta sei mesi dopo il suo incarico a Stamford Bridge, mentre si dice che Carlo Ancelotti ricevesse solo messaggi con un punto interrogativo quando i risultati andavano male. Ma se all’epoca non sempre Abramovich si negava ai fotografi, oggi chiede ai suoi bodyguard di mettersi davanti all’obiettivo. Disse: «Non ho mai fatto dichiarazioni pubbliche, o almeno ho provato a non farle. So di non saperle fare: divento molto nervoso, dimentico cosa volevo dire, non riesco a comunicare davvero il mio pensiero ai giornalisti. Così ho deciso che non è cosa per me».
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