Assolto a febbraio 2025 in Cassazione dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, il manager è imputato per presunti reati fiscali legali al fallimento della società torinese Auxilium Basket di cui è stato ultimo patron
Mario Burlò, l’imprenditore torinese cinquantaduenne, è tra i detenuti del carcere El Rodeo di Caracas liberato ieri notte. La gioia condivisa con il cooperante italiano, Alberto Trentini, e ora il rientro in Italia, dove però ad attenderlo ci sono i conti in sospeso con la giustizia. Se Burlò, a febbraio 2025, è stato assolto in Cassazione dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, c’è un altro processo a riguardarlo.
Si tratta di quello in cui l’imprenditore è imputato per presunti reati fiscali legali al fallimento, nel 2019, della società torinese Auxilium Basket di cui è stato ultimo patron.
Proprio nei giorni scorsi, nell’ambito di questo procedimento, sono stati condannati gli altri sette co-imputati. Il tribunale di Torino ha invece deciso di stralciare la posizione del cinquataduenne, in attesa del suo ritorno in Italia: l’udienza è stata rinviata al 17 marzo. Per Burlò il pm ha chiesto una condanna a tre anni e sei mesi per le vicende della società sportiva fallita sette anni fa: secondo gli inquirenti l’Auxilium avrebbe dovuto chiudere i battenti già quattro anni prima, ma sarebbe stato messo in piedi un sistema di crediti fittizi nei confronti del Fisco per “salvarla”.
Oggi, con la liberazione di Burlò, il processo torinese è destinato a riprendere da dove era stato sospeso. L’imprenditore era arrivato in Venezuela nel 2024, con l'obiettivo di esplorare nuove opportunità lavorative. Burlò era entrato in Venezuela via terra dalla Colombia, poi arrestato subito dopo il confine. Le autorità venezuelane non hanno mai fornito informazioni sulle ragioni del fermo né formalizzato capi d'accusa.
Burlò, invece, era uscito pulito dal processo Carminius, una delle più grandi operazioni contro la ‘ndrangheta in Piemonte, l’imprenditore, come detto, è stato assolto dalle contestazioni mosse dai pm: era emersa l’esistenza di un sodalizio “allargato”, composto da cosche della ‘ndrangheta – in particolare un ramo dei Bonavota di Sant’Onofrio, in Calabria – operative fra la bassa provincia di Torino e l’alto Cuneese che avevano stretto un patto di alleanza con uomini di Cosa nostra siciliana, attivi a Carmagnola. Sono stati coinvolti politici e colletti bianchi.
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