Uno dopo l’altro, i maturandi che hanno aderito a Generazione che costruisce, la protesta organizzata dalla Rete degli Studenti Medi, si sono presentati alla commissione d’esame 2026 con un documento in cui hanno evidenziato le criticità del percorso scolastico. E hanno chiesto di metterlo a verbale
«L’Esame di Stato rappresenta simbolicamente uno dei momenti più importanti del percorso scolastico di ogni studente. Proprio per questo motivo, ritengo che sia anche un’occasione per riflettere sul sistema educativo che abbiamo vissuto in questi anni, sui suoi punti di forza ma anche sulle sue criticità». Così, uno dopo l’altro, i maturandi che hanno aderito a Generazione che costruisce, la protesta organizzata dalla Rete degli Studenti Medi, si sono presentati alla commissione d’esame 2026 durante il colloquio orale.
C’è chi ha letto il testo, chi l’ha imparato a memoria, chi ha deciso di stamparlo e consegnarlo affinché venisse messo a verbale: un documento con cui esprimere il proprio pensiero sul percorso educativo appena concluso e sulla prova finale. «A cui ogni commissione ha reagito in modo diverso», ha raccontato a Domani Sebastiano, diciottenne marchigiano, subito dopo aver terminato la prova al liceo scientifico: «Nel mio caso non si è aperta nessuna discussione. I professori hanno preso il documento e mi hanno detto che l’avrebbero letto più tardi. Non è andata così, invece, a una collega del linguistico. Mi ha raccontato che i professori hanno avviato con lei un’interessante discussione sul futuro della scuola».
Gli studenti che hanno partecipato alla protesta - che già durante le prove scritte si erano presentati in aula con una matita rossa in mano con scritto “Generazione che costruisce” - spiegano di averlo fatto perché sono convinti che la scuola debba essere prima di tutto uno spazio di confronto, partecipazione e sviluppo del pensiero critico: «Crediamo, infatti, che il momento conclusivo del nostro percorso scolastico debba rappresentare anche un’occasione per riflettere sul sistema educativo che abbiamo vissuto e in cui siamo cresciuti, sulle sue potenzialità ma soprattutto sulle sue profonde e radicate contraddizioni», si legge nel documento condiviso anche con la stampa.
Nel testo emergono gli elementi critici che la scuola non riesce a superare - anzi che, secondo gli studenti, le politiche del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara hanno enfatizzato - nonostante le proposte che hanno più volte provato a portare alle istituzioni: dalla mancata attenzione al benessere psicologico alla svolta autoritaria che limita gli spazi d’espressione, dalla spersonalizzazione della prova orale alla critica al cambio di nome dell’esame voluto dal ministro.
«Il sistema scolastico non ci rende maturi. Non riteniamo che un’istruzione che attualmente non tutela il nostro diritto allo studio, né il nostro benessere psicologico, e che non ci spinge a esprimere la nostra individualità - o addirittura tenta di sopprimerla - possa assumersi il compito di valutare la nostra maturità», hanno chiarito i maturandi. Ne è convinta anche la coordinatrice nazionale della Rete degli Studenti Medi, Angela Verdecchia, secondo cui la prova finale rappresenta anche un’occasione per interrogarsi sul modello di scuola da costruire: «Oggi il sistema di valutazione continua a essere troppo legato alla performance e al voto, mentre dovrebbe valorizzare maggiormente il percorso di crescita, il pensiero critico e le competenze sviluppate dagli studenti».
Così, impossibilitati a fare «scena muta» (pena la bocciatura) dalla riforma dell’esame di Stato promossa da Valditara, i maturandi non si sono dati per vinti e hanno messo in atto una nuova forma di protesta: una mobilitazione che non ha infranto le regole dell’esame, ma ha trovato tra quelle lo spazio necessario per rilanciare il dibattito sul futuro della scuola, affinché sia «più equa, inclusiva e capace di mettere al centro il benessere e la formazione». A misura di chi la frequenta ogni giorno.
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