La maturità 2026 si conferma essere, a ogni giorno che passa, la maturità delle promesse disattese, delle ordinanze vaghe e confuse, delle riforme a costo zero, delle tracce mediocri da pensiero unico. Difficile immaginare una maturità peggiore di questa, sulla quale pure il Ministro Giuseppe Valditara ha investito tanta della sua propaganda. Ma andiamo per ordine. 

Innanzitutto da questo 2026 l’esame conclusivo al termine della secondaria di secondo grado non si chiama più “esame di Stato”, ma è tornato a chiamarsi, con una certa nostalgia tipica di questo ministero, “esame di maturità”. Maturità che verrà valutata dalla commissione (in che modo? davvero si può?) e peserà sul punteggio del colloquio.

Orale al risparmio

Il colloquio verterà solamente su quattro materie, comunicate a gennaio, con buona pace di tutte le altre. Le ragioni pedagogico-didattiche di questa scelta? Il ministro a settembre dichiarò che così sarebbe stato un esame «più serio e più sereno». La verità è che questo provvedimento porta a ridurre i membri delle commissioni da 7 a 5 (due interni e due esterni più ovviamente un presidente).

Un bel risparmio per il ministero. Risultato reale: meno persone (davvero troppo poche) a gestire una quantità di burocrazia immensa, turni di 7 ore dentro aule infuocate per seguire, ascoltare, valutare 40 diplomandi e diplomande, ciascuno con le proprie esigenze didattiche ed emotive. Meno persone, ma pagate quanto prima.

Storia in francese

C’è poi la questione di alcuni indirizzi che hanno atteso le specifiche ordinanze fino a fine maggio per sapere come si sarebbe svolto il colloquio. È il caso – davvero imbarazzante – dell’indirizzo ESABAC del liceo linguistico, che prevede il conseguimento del doppio diploma italiano e francese.

Nelle classi ESABAC l’insegnamento della storia dovrebbe essere impartito in francese dal docente di storia, in parte in compresenza con un docente madrelingua, seguendo una metodologia strutturata che prevede l’analisi di alcuni documenti storici a cui segue una produzione scritta; tutto in francese. Durante l’esame di Stato si svolge una prova scritta ulteriore per ottenere il baccalauréat: se non superata, non incide sull’esame, ma da qualche anno, laddove conseguita con almeno la sufficienza, entra a far parte della valutazione complessiva, pesando sul voto finale.

Già questo aveva penalizzato molte studenti, ma quest’anno il ministero si è superato. Quando a gennaio sono uscite le materie, per l’indirizzo ESABAC, è stato indicato un fantomatico commissario interno di “STORIA (in francese)”, una classe di concorso inesistente. Per mesi gli studenti si sono chiesti se per la prima volta avrebbero dovuto esporre oralmente storia in francese, dopo aver lavorato un intero triennio per conseguire le competenze per sostenere la prova scritta, ma la domanda è rimasta per settimane e settimane senza risposta.

Quando a fine maggio è finalmente uscita l’ordinanza non è stata data nessuna indicazione in tal senso, ma ci si è limitati ad un mero copia-incolla dei testi normativi degli anni precedenti, con buona pace dei presidenti di commissione chiamati a dirimere una questione sulla quale l’ultima parola è affidata a “voci di corridoio”, telefonate intercorse con gli ispettori di zona e deduzioni personali che nulla hanno a che vedere con inquadramenti normativi e indicazioni scritte.

Vittime sacrificali studenti e studentesse che, dopo essersi esercitati per anni solo nella forma scritta del saggio o dell’analisi dei documenti, scoprono ora che dovranno affrontare anche un colloquio in lingua francese sugli argomenti di storia, in un colloquio d’esame che, caso pressoché unico, sarà composto a questo punto da tre materie su quattro veicolate in lingua straniera. Stiamo parlando di parecchi studenti, parecchie persone, visto che in Italia sono 20.000 gli studenti inseriti nei percorsi ESABAC.

La vecchia prima prova

Anche sulle tracce della prima prova il ministero ha dato prova di disattendere i suoi stessi documenti di indirizzo. L’attuale forma della prima prova (la struttura con 3 tipologie) risale al lavoro della commissione guidata da Luca Serianni nel 2018.

Contestualmente vennero pubblicati anche gli indicatori per la valutazione delle tre tipologie, indicatori che ogni scuola o commissione era chiamata a declinare in specifici descrittori per i diversi livelli. Il problema di queste tracce - oltre ad aver completamente abdicato all’idea di diversificare i nuclei tematici, come indicava il documento - riguarda soprattutto la tipologia A e B, rispettivamente “analisi di un testo letterario” e “analisi e produzione di un testo argomentativo”.

Negli anni, infatti, il corredo di domande che guidava le rispettive analisi è andato a impoverirsi e gli indicatori che dovrebbero essere valutati sono scomparsi dalle domande. Nell’analisi del testo poetico, ad esempio, pochissime sono le domande che sollecitano l’analisi metrico-stilistica, che invece dovrebbe essere valutata in fase di correzione.

Ancora peggio va alla tipologia B: da diversi anni si è infatti perso lo spirito originario della traccia e sempre più spesso i testi proposti sono difficilmente distinguibili da quelli presenti nella tipologia C. I testi della tipologia B, infatti, dovrebbero essere esempi di testo argomentativo con domande specifiche sulla struttura dell’argomentazione (connettivi, tesi sostenuta, esempi a sostegno, etc), mentre sono spesso stralci, opinioni utili al più a poter dire che non si è d’accordo, nella migliore delle ipotesi.

Chi correggerà queste prove si troverà molto in difficoltà, perché non potrà imputare agli e alle studenti la mancanza di analisi che le tracce del ministero non hanno chiesto o non davano la possibilità di riscontrare. E quindi cosa si farà?

Relativamente alla scelta dei testi, passando per i banchi si percepisce concretamente il vuoto di contenuti che gli e le studenti cercano di colmare inserendo riferimenti filosofici e letterari anche e soprattutto nei temi che non nascono come tali, che richiamano alla mente i “lanternoni” della filosofia di Anselmo Paleari nel romanzo “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello.

Le uniche luci nel buio e nel vuoto totale, a cui ci si aggrappa in maniera quasi disperata per trovare un sentiero, un'ancora su cui ci fondare un punto di vista su argomenti in cui nella migliore delle ipotesi si chiede ai maturandi e alle maturande di argomentare nei panni di un adulto che ha uno sguardo giudicante nei confronti dei giovani (è forse questo il concetto di “maturità” decantato dal Ministero?).

Semplificare complica

Si intravede in generale una eccessiva tendenza alla semplificazione, forse per rendere le tracce fruibili per tutti gli indirizzi, ma che rende il tutto poco stimolante e alla fine rende anche più complicato da affrontare.

Ancora una volta, questo ministero non perde occasione per dimostrare che il merito con la M maiuscola è solo un fantoccio, e nella realtà delle scelte di indirizzo non si vede nemmeno da lontano. E a pagare il prezzo della propaganda saranno come sempre insegnanti e studenti.

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