Negli Stati Uniti, dove a pesare è la forte diffusione delle armi da fuoco, sono presenti nel 10 per cento delle high schools e scende a circa il 7 per cento nelle middle schools. In Italia l’idea del ministro Valditara ha diviso i presidi, con molti dirigenti scolastici che la considerano una proposta «sbagliata e fallimentare»
Introdurre i metal detector davanti alle scuole per rafforzare la sicurezza negli istituti. La misura proposta dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara dopo l’accoltellamento del 18enne Abanoud Youssef, ferito a morte per mano di un compagno in una scuola di La Spezia, ha acceso la discussione sul modo in cui lo stato dovrebbe affrontare il problema della violenza giovanile.
La misura, ha specificato Valditara, riguarderebbe solo le aree «disagiate e di maggior emarginazione» e non prevederebbe l’uso dei varchi a portale mobili (quelli da attraversare negli aeroporti), ma l’utilizzo delle “bacchette” portatili.
Pochi precedenti
In realtà l’impiego di questo tipo di strumenti è già stato sperimentato in alcuni istituti. A provarli finora sono state alcune scuole nel Napoletano, sempre con l’intervento delle forze dell’ordine. A
fare da apripista è stato nel 2024 l’istituto superiore Marie Curie di Ponticelli, dopo il sequestro di un coltello a uno studente. La preside Valeria Pirone ne ha tracciato un bilancio positivo, pur sottolineando che l’arrivo di polizia e carabinieri con i metal detector rappresenta l’extrema ratio. Secondo Pirone, «bastano due o tre controlli ogni anno, ormai accettati di buon grado dagli studenti».
Educare o militarizzare?
Ma l’idea di Valditara ha diviso i presidi, con molti dirigenti scolastici che la considerano una proposta «sbagliata e fallimentare». Di misura repressiva se non accompagnata da altri progetti educativi ha parlato anche Mario Rusconi, presidente dei presidi del Lazio: «Serve una sempre maggiore influenza educativa da parte degli istituti, ad esempio facendo in modo che ci siano spazi pomeridiani con attività di musica, teatro o cinema».
Nettamente contraria è invece la posizione dell’Unione degli studenti: «La violenza non si combatte trasformando le scuole in caserme. La militarizzazione degli spazi educativi è una scelta pericolosa che scarica sugli studenti le responsabilità di un sistema che non funziona», ha detto Federica Corcione, dell’esecutivo nazionale dell’Uds. «Servono investimenti su educazione, ascolto, supporto psicologico, spazi di aggregazione e contrasto alle disuguaglianze sociali. Tutto ciò che il governo continua a ignorare».
Il modello americano
Strumenti di questo tipo sono diffusi anche all’estero, ma solo in un numero limitato di paesi e nelle aree di maggior rischio. In alcune scuole americane sono presenti da anni varchi fissi e controlli regolari svolti dal personale di sicurezza dei campus: dati recenti indicano che la pratica è diffusa in circa il 10 per cento delle high schools e scende a circa il 7 per cento nelle middle schools, e si sta diffondendo ulteriormente.
Dallo scorso anno scolastico, la Contea di Broward, in Florida, ha installato rilevatori a portale in tutte le scuole superiori, mentre a New York la misura riguarda circa 200 scuole, che stanno passando a scanner considerati «meno invasivi». Si tratta in alcuni casi di sistemi basati sull’intelligenza artificiale, nettamente più veloci e che non richiedono agli studenti di svuotare gli zaini. Ma che presentano le classiche incognite dei sistemi di IA, in particolare sul trattamento dei dati e sul rispetto della privacy.
L’intelligenza artificiale non risolve poi il problema dei costi elevati, con alcuni distretti scolastici che stimano costi annuali vicini al mezzo milione di dollari per soli quattro campus, a causa della necessità di dispiegare addetti alla sicurezza per verificare l’eventuale presenza di coltelli o pistole. A pesare, infatti, è la forte diffusione delle armi da fuoco (e le frequenti strage ad esse collegate), un problema del tutto estraneo al contesto italiano.
I metal detector sono diffusi anche in alcune scuole del Regno Unito. A Londra è andato in questa direzione il piano promosso dal sindaco Sadiq Khan in risposta all’aumento di giovani uccisi con armi da taglio: in un anno una cinquantina di under 25 anni sono morti nella capitale britannica dopo essere stati accoltellati. Numeri che parlano di un’emergenza non paragonabile agli episodi che si verificano in Italia. Inoltre la mossa di Khan è stata accompagnata da un piano di intervento a tutto tondo, con lezioni, corsi di formazione e la riapertura di spazi di socializzazione che erano stati chiusi dai governi conservatori.
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