La violenza che attraversa le scuole e non solo ha quasi sempre corpi maschili. E ha quasi sempre a che fare con l’incapacità di tollerare che l’altro non sia disponibile. Chi lavora con adolescenti maschi che stanno facendo il loro percorso di abbandono della propria vulnerabilità in cambio dei privilegi del patriarcato sa bene che è una fragilità che cerca di trasformarsi in dominio. La mancanza di educazione sessuo-affettiva a scuola è una responsabilità politica
Chi insegna o lavora a scuola come educatore, soprattutto nei professionali, probabilmente venerdì ha visto diventare realtà uno dei suoi peggiori incubi: un ragazzo di 18 anni è morto dopo essere stato accoltellato all’interno dell’istituto professionale Chiodo-Einaudi di La Spezia. Chi lo ha ucciso è un compagno di scuola poco più grande di lui.
Di queste storie, di ragazzi che intorno al momento di diventare formalmente adulti finiscono per fare qualcosa che peserà per sempre sulle loro vite, sono piene le relazioni che scriviamo per i servizi sociali, i racconti che facciamo quando cerchiamo di decomprimere il senso di inutilità del nostro lavoro a partner o amici, le nostre paure quando non riusciamo a modificare traiettorie di vita che sembrano già scritte, o quando torniamo a casa dopo aver diviso due ragazzi che sono arrivati a picchiarsi per qualcosa di apparentemente stupido come un like sulla foto di una ragazza.
Così come sembra già scritta la reazione del giorno dopo: un sindaco che sa con sicurezza quali solo le etnie che usano i coltelli, a cui verrebbe da chiedere se può dirci anche quali sono le etnie invece che usano fare liste di compagne di scuola da stuprare; politici che invocano leggi repressive e divieti dimenticandosi che qualcuno di loro è in qualche modo responsabile del clima e del benessere che c’è nei corridoi e nelle aule delle nostre scuole; titoli di giornali che ci ricordano che c’è chi è “italiano italiano” e italiano di altre origini.
Queste storie però non riguardano certe etnie, ma un genere ben preciso. Non dovrebbe essere una novità dirlo o quella che qualcuno chiamerebbe una provocazione ideologica: è semplicemente un dato quotidiano che conosciamo bene. La violenza che attraversa, non solo le scuole, soprattutto quando diventa fisica o esplode in modo incontrollabile, ha quasi sempre corpi maschili. E ha quasi sempre a che fare con il controllo e con il possesso. Con l’incapacità di tollerare che l’altro — ma quasi sempre un’altra — non sia disponibile.
Chi lavora con adolescenti maschi che stanno facendo il loro percorso di abbandono della propria vulnerabilità in cambio dei privilegi del patriarcato, un percorso fatto anche di umiliazioni subite e fatte subire, sa bene che è una fragilità che cerca di trasformarsi in dominio.
Per chi non ci lavora potrebbe sembrare anche una coincidenza che tutto questo accada a poca distanza da una prima approvazione del disegno di legge (ddl) Valditara, decreto che non si preoccupa di quali corsi debbano essere tenuti in materia di educazione affettiva e nemmeno la rende obbligatoria, ma lascia piena libertà agli istituti di decidere se farla o no. Ma lo è solo per una questione di tempi. Perché la mancanza di educazione sessuo-affettiva a scuola non è una dimenticanza, è una responsabilità politica.
Ci sono è vero progetti sporadici, affidati alla buona volontà di singoli docenti o a interventi esterni occasionali. Ma mancano spazi in cui affrontare le proprie biografie, i conflitti che si vivono, dove dare nome alle cose che si hanno nella testa, ai rifiuti, alla fine delle relazioni.
Qualcuno dirà che non c’è spazio per queste cose nella scuola, che la vita privata deve stare fuori dalle aule e non intralciare la didattica, ma l’omicidio di La Spezia ci ricorda che la vita, e purtroppo anche la morte, non vengono lasciate in cortile alle 8 per essere riprese alle 14. Entrano in classe, ogni giorno, con tutta la loro forza e il loro bisogno di spazio. E se si possono vietare i coltelli, come scrive Matteo Salvini, diventa difficile vietare le emozioni, le pulsioni, la rabbia, i sentimenti.
E questi spazi sono ancora più necessari negli istituti professionali dove questa mancanza pesa di più. Non perché i ragazzi siano “più violenti”, sarebbe facile ridursi a questa lettura. Chi ci lavora sa bene che nei professionali si concentrano fragilità sociali, scolastiche ed emotive che nelle altre scuole in qualche modo vengono respinte. Ai professionali e alle persone che ci lavorano viene affidata la gestione quotidiana di ciò che il sistema educativo espelle o non riesce a sostenere, perché non ha risorse e strumenti per farlo: povertà, periferie, insuccessi e fallimenti certificati, famiglie sovraccariche di problemi. È in questi contesti che l’educazione può diventare lavoro di cura e mediazione, trovare una intenzionalità politica. Se l’omicidio di La Spezia oltre ad essere una tragedia di un dolore assurdo che riguarda due adolescenti e le loro famiglie, è contemporaneamente anche un incubo per chi lavora nella scuola, è perché parla del bisogno che vediamo ogni giorno, ma a cui non riusciamo a rispondere.
E non per l’assenza dell’impegno individuale di docenti o educatori, quello che manca è un progetto collettivo che prenda sul serio l’educazione affettiva come parte centrale della formazione. Possiamo anche continuare a invocare repressione, divieti o a scrivere titoli di giornale in cui si suggeriscono correlazioni tra cognomi e azioni. Ma, a costo di sembrare retorici, servirebbe invece accettare che educare alle relazioni è una responsabilità di tutti, dare questi strumenti alla scuola per farlo è una responsabilità politica non più rimandabile.
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