Dopo aver a lungo traccheggiato, appena rieletto, il sindaco di Milano, Beppe Sala dà luce verde al mega-progetto di Inter e Milan; prevedono una spesa di 1,2 miliardi a San Siro per abbattere lo stadio Meazza, proprietà del Comune, costruirne uno nuovo tutto loro e realizzare un «innovativo distretto multi-funzionale».

Le squadre milanesi, fra le proponenti della defunta (quasi) Superlega, sperano grazie al nuovo stadio di guarire dal morbo che mina ovunque la vita del calcio; sempre meno sport, sempre più show business, alla rincorsa infinita fra uscite (per strapagare i circenses) e entrate da diritti Tv e biglietti. Le milanesi han perso nel 2020, anno di Covid, 350 milioni.

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Alle difficoltà degli altri, l'Inter aggiunge quelle del proprietario, il gruppo cinese Suning, oberato dai debiti che chiede alle banche di ristrutturare. Deve vendere l'Inter e incasserebbe molto più avendo in tasca il progetto approvato; ciò tanto gioverebbe anche ai rossoneri, di proprietà del fondo Usa di private equity Elliott, che del rigiro degli investimenti vive.

Fra gli sponsor del piano c'è Adriano Galliani, ex presidente rossonero, per cui il nuovo impianto eliminerà un grave difetto del Meazza: dalla tribuna Vip si vede bene il campo, ma non gli altri settori dello stadio. Come direbbero a Roma, “Sò problemi”! E le squadre, per far pressione, avevano alluso al trasloco da Milano a Sesto San Giovanni. Sai che paura, lì non c'è nemmeno il terreno su cui costruirlo!

La contraddizione di Sala

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Con altri cittadini, di variegata estrazione politica, aderisco al Comitato Sì Meazza, per «la salvaguardia e l’eventuale ammodernamento dello Stadio Meazza, per recuperare a verde l'immensa distesa di cemento attorno...riqualificare l’ambiente urbano...già interessato da altre operazioni immobiliari»; citando il programma elettorale di Sala, che privilegia «sempre il riuso, il recupero e la riduzione sistemica del consumo di suolo», si chiede su quali basi la giunta ha dichiarato il pubblico interesse del progetto. Si vorrebbe anche leggere lo studio di fattibilità, richiesto dalle norme «che motivi l'eventuale mancato rispetto della priorità ovvero il recupero degli impianti esistenti».

Beppe Sala ha ben operato fin qui. Sono nel 57 per cento dei milanesi lieti di averlo rieletto e mi rincresce l'improvvida decisione, basata su un solo fatto nuovo: le squadre, bontà loro, si adeguano al coefficiente di edificabilità vigente.

Mi rammarico anche per lo stile delle sue risposte; prima ha detto «provateci voi a convincere le squadre», come se spettasse a loro approvare i propri progetti e non al Comune. Poi ha detto che sua sola cura era evitare un aumento del prezzo dei biglietti.

Sala infine, saputo dell'adesione al comitato di Massimo Moratti, storica bandiera nerazzurra, l'ha invitato a comprarsi il Meazza se proprio voleva salvarlo; esso costa 10 milioni l'anno al Comune, destinati a gravare su chi vorrà salvarlo. Così egli dà per scontata la costruzione del nuovo stadio.

L’alternativa

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Sala ben sa che il Comitato formula le richieste sulla pubblica utilità del progetto con l’idea che, se le carte ne riveleranno l'inconsistenza, sfumerà anche il nuovo stadio, assieme all'innovativo, quanto inutile, distretto multi-funzionale.

Si ristrutturi invece il Meazza, con poca spesa e molta resa, nelle migliori tradizioni meneghine. Non avrebbe senso abbattere uno stadio simbolo del calcio europeo, la ”Scala del calcio”, che ha appena ricevuto importanti migliorie e ospitato partite d'alto livello. Se poi uno dei due club non volesse condividerlo, presenti un separato progetto di nuovo stadio e se ne parlerà.

Più di tutto stupisce il commento con cui Sala crede di chiudere la vicenda: spetta a me decidere, ho deciso, indietro non tornerò, anche se un referendum cittadino lo bocciasse.

Abbiamo appena rinnovato la fiducia a Beppe Sala. Ci va bene la provenienza dal mondo dell'impresa, è giusto decidere e poi tirare diritto, ma dopo aver ben approfondito; anche in azienda la procedura va seguita. Per un manager, procedere a testa bassa in un progetto che gli azionisti avessero eventualmente bocciato potrebbe forse, al limite, aver senso, ma solo dopo aver fatto ogni sforzo per dimostrare che procedere è nell'interesse dell'impresa.

Purtroppo non ci siamo; qui l'impresa da proteggere è Milano, non sono le squadre! Ai proprietari di queste il mega-progetto serve per uscire con lauti profitti dai loro guai, vendendole. Una bella fetta di cittadinanza non vede perché, con tutti i problemi di ogni grande città, dovrebbe salvare l’Inter e aiutare il Milan, e forse chiederà il referendum.

Ormai questa è una grande, e simbolica, questione democratica nazionale. Sala si turi le orecchie per non sentire le sirene degli affaristi e ci ripensi; prima che gli costi troppo anche politicamente, torni il nostro apprezzato defensor civitatis.

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