Identificazione, collocazione in strutture di prima accoglienza dedicate, nomina di un tutore, avvio delle procedure per il permesso di soggiorno per minore età. Quando un minore arriva in Italia senza genitori o altri adulti legalmente responsabili per lui, è questo l’iter che si avvia. O almeno così dovrebbe essere. Nei fatti, come fotografa il report 2026 di Action Aid Italia “La frontiera, ovunque”, il sistema di accoglienza non riesce a tutelare i bambini e i ragazzi che arrivano nel nostro paese. Che spesso vengono inseriti in centri per adulti.

Non si tratta di una soluzione eccezionale: dal 2023, anno di approvazione del decreto legge 133 del 5 ottobre sull’immigrazione e la protezione internazionale, a novembre del 2025, ci sono stati almeno 823 transiti. E almeno 13 prefetture segnalano permanenze anche oltre i 150 giorni, con picchi fino a 1.413 giorni. Cioè quasi quattro anni. L’inserimento dei minori non accompagnati nei centri per adulti contraddice la stessa legge, già problematica per la sostanziale riduzione delle garanzie previste per i minori.

Anche il numero di uscite per abbandoni, allontanamenti o revoche è elevato: nello stesso lasso di tempo i ragazzi fuoriusciti dal sistema sono più di quattrocento. Con il rischio che il minore, di nuovo solo, sia nei fatti esposto a precarietà, sfruttamento, criminalità. 

Gestione ordinaria, emergenza programmata

L’inserimento in centri per adulti è critico non solo per le condizioni inadatte a cui vengono esposti i minori, ma anche per ciò che produce quando si somma a uscite non protette. Il problema, sottolinea l’indagine di Action Aid, è che l’emergenza strutturale è causata proprio dalle istituzioni. Gli inserimenti, infatti, avvengono anche quando ci sono posti disponibili nei circuiti loro dedicati.

Un sistema che tiene il minore per anni in strutture per adulti, che lo perde per abbandono più spesso di quanto lo trasferisca in un circuito protetto e che fatica a documentare con chiarezza i tempi e le uscite, «non sta offrendo protezione ma solo contenimento». E lo sta facendo con una frequenza che non può essere considerata un’eccezione: «L’eccezione è diventata metodo e la tutela si è fatta intermittente, quando non del tutto inconsistente». 

«In questo senso, i centri per adulti non sono semplicemente una risposta sbagliata a un’emergenza prodotta dalle istituzioni», si legge nel report. «Concretizzano l’inconsistenza di un sistema ormai ridotto al massimo a un meccanismo per la fornitura di vitto e alloggio». Il tutto in un contesto emergenziale normalizzato: il rischio, così, è l’effetto sistemico. Più uscite precoci, più precarietà abitativa, più esposizione a sfruttamento lavorativo, più difficoltà a completare scuola, formazione e inserimento sociale.

Il Sai cambia funzione 

Non c’è alcuna pressione migratoria fuori controllo, neanche negli ultimi due anni. Nonostante questo, la fotografia di Action Aid sul 2024 evidenza uno squilibrio nel sistema di accoglienza. I Cas, cioè i centri di accoglienza straordinaria, restano il luogo in cui si concentra la quota maggioritaria delle presenze. Nel sistema accoglienza integrazione (Sai), costituito dalla rete degli enti locali, è cresciuto il numero degli accolti, «ma non abbastanza da spostare il baricentro».

L’«emergenza» viene prodotta anche con il sovraffollamento. Nel 2024 ci sono 520 strutture oltre il 120 per cento della capienza, con 12.904 persone. Andrebbero redistribuite almeno 2.008 persone. E in 13 strutture c’è un numero di presenze pari al doppio della capienza. In tutto ciò i controlli pubblici arretrano: oltre quattro strutture su cinque, come emerge dai dati dell’indagine curata anche da Openpolis, non sono state controllate neanche una volta.

Intanto la prima accoglienza aumenta, e con essa la sua funzione di filtro e smistamento. Così il Sai cambia funzione e si carica di vulnerabilità più complesse: il prosieguo amministrativo, cioè il provvedimento del Tribunale per i minorenni che permette di estendere le misure di protezione e accoglienza, passa da 317 ingressi nel 2023 a 1.392 nel 2024 e 1.697 nei primi undici mesi del 2025. E a novembre 2025, per i minori non accompagnati, sono rimasti liberi appena 43 posti su 6.563.

La frontiera come selezione

Lo scenario illustrato dall’organizzazione per il 2026 è quello di un sistema in cui i luoghi di frontiera acquistano peso come infrastruttura di selezione. Sullo sfondo, l’accoglienza ordinaria resta debole e la continuità dei percorsi dei minori è sempre più incerta. Il disegno legge 23 del 2026, convertito in legge il 24 aprile, mostra che questa gestione non coincide solo con il recepimento futuro del nuovo Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, in vigore dal prossimo giugno, ma è già in corso nella legislazione d’urgenza nazionale.

Ancora una volta, «l’emergenza si trasforma in una tecnica ordinaria di organizzazione dell’accoglienza». Se a questo si sommano la crescita di hotspot e centri di prima accoglienza e decreti legge repressivi, il quadro è di un complessivo rafforzamento della funzione di filtro della frontiera. Il rischio, secondo il report, è che venga colpito anche il prosieguo amministrativo, uno dei pochi strumenti che ancora evita uscite improvvise dal sistema di accoglienza. Smantellarlo significa abbandonare i ragazzi.

© Riproduzione riservata