Le famiglie che dal Mezzogiorno arrivano al Bambin Gesù per curarsi sono in aumento. Nuclei che quando giungono nella capitale sono soli e spesso senza risorse. Ma c’è chi si occupa di ospitarli a titolo gratuito finché i loro figli non vengono dimessi. Ecco le loro storie
«Ci chiedono di fare i figli, ma al Sud non ci permettono di curarli»; «Siamo partiti all’una di notte da Reggio Calabria per essere qui a Roma alle 8 di mattina»; «Stanotte ho dormito in macchina. Mio figlio è ricoverato in cardiologia, mia moglie è in reparto con lui»; «Da mesi facciamo avanti e indietro dalla Basilicata per curare la leucemia di mia figlia. Ho dovuto lasciare il lavoro».
Queste voci si mescolano all’aria sospesa del Gianicolo, il colle dove si erge l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, il più grande policlinico e centro di ricerca pediatrico in Europa, divenuto punto di riferimento per la salute di bambini e ragazzi provenienti da diverse parti del nostro paese e del mondo. È soprattutto il primo approdo per le migrazioni sanitarie pediatriche: bambine e bambini costretti, con le loro famiglie, a partire dal Sud Italia perché non hanno possibilità di cura e intervento nel loro territorio.
«Si tratta di una migrazione sommersa», sostiene Sebastiano Santoro, responsabile dell’area progetti dell’associazione Andrea Tudisco che si occupa di ospitare a titolo gratuito i nuclei familiari dei bambini in cura presso l’ospedale. È un fenomeno, secondo Sebastiano, di cui si parla poco e in maniera discontinua: «Oltre alla dimensione numerica, interviene quella psico-emotiva e, per chi proviene dall’estero, anche la dimensione culturale».
I dati non sono sistematizzati: «Il numero delle persone in arrivo è in aumento, soprattutto dall’estero. Le famiglie che provengono dai contesti di guerra arrivano da noi con una busta di plastica in mano. Dal nostro meridione giungono qui spesso persone con situazioni economiche molto fragili», racconta Sebastiano. «Quando in Calabria un bambino si ammala di tumore, molto spesso non ha la possibilità di essere curato se non nel reparto degli adulti perdendo la specificità pediatrica. È quindi costretto a migrare con la sua famiglia».
Accogliere senza chiedere
La rete di accoglienza intorno al policlinico pediatrico comprende, oltre all’Andrea Tudisco, Casa Kim, l’associazione Ciavattini, Peter Pan e altre realtà che offrono servizi di solidarietà e supporto. L’Associazione Andrea Tudisco riesce ad accogliere circa 120 persone l’anno.
«La nostra capacità di ospitare è limitata rispetto alle richieste che riceviamo ogni giorno», osserva Sebastiano. «Si tratta di un’accoglienza integrata e multidimensionale che va oltre il semplice alloggio. Prevediamo accompagnamento da e verso l’ospedale, clown e ludoterapia, supporto psicologico, sostegno con gli assistenti sociali. Ora offriamo anche un servizio di mediazione per chi proviene dall’estero».
In queste storie si presenta un moltiplicatore di difficoltà: «Non è solo la malattia, ma anche la migrazione, lo sradicamento dalla comunità. Uno dei genitori, spesso la mamma, sospende il lavoro: si percepisce quindi meno reddito. E poi vanno considerati gli aspetti psicologici ed emotivi nel vivere la malattia di un figlio fuori dalla propria rete sociale».
Nella struttura nel marzo del 2022 è stata accolta una bambina, bisognosa di cure, proveniente dall’Ucraina: «Insieme a lei abbiamo dato ospitalità a sua madre, alla zia, i cuginetti e la nonna». Ora è presente anche una donna gazawi, 22 anni, con due figlie, una malata di leucemia. «La nostra associazione – specifica Sebastiano – va avanti grazie alle donazioni private. Non riceviamo fondi pubblici».
Il dolore degli altri
«Il dolore degli altri è dolore a metà», cantava De André in Disamistade. Tra le mura dell’associazione Andrea Tudisco, invece, avviene il contrario: l’amistade si moltiplica. «Non stai male solo per tuo figlio, ma anche per i figli degli altri», dicono alcuni genitori ospitati nella struttura. Nelle persone ascoltate non si sente un filo di rabbia, ma un sentimento dolce e iniziatico che racconta l’essere presenti nella relazione con i propri figli e con le altre famiglie.
Ed è proprio questo lo spirito dell’Associazione Andrea Tudisco, nata nel 1997, per volere dei genitori di Andrea, a cui era stata diagnosticata una leucemia linfoblastica. Un giorno, Andrea chiese a sua madre Fiorella di aiutare la mamma di un bambino ricoverato in ospedale nella stanza accanto alla loro: la donna dormiva su una sedia a sdraio da mesi. Fiorella le offrì il suo aiuto invitandola a dormire e lavarsi a casa sua, mentre lei avrebbe pensato al figlio come se fosse stato il suo.
Questo gesto di solidarietà trasformò la casa dei Tudisco in un punto di riferimento per le famiglie dei piccoli ricoverati. Quando Andrea morì all’età di dieci anni, i suoi genitori decisero di proseguire questa esperienza e creare uno spazio per ospitare le persone, in cura presso il Bambino Gesù, che non possono permettersi una lunga permanenza presso strutture alberghiere.
Tra queste, oggi c’è Gianfranco Distefano, arrivato dalla provincia di Catania, insieme alla moglie, per curare la figlia colpita da una rara immunodeficienza. «La bambina ha avuto degli ascessi importanti», racconta. «All’inizio all’ospedale di Catania l’osteomielite era stata erroneamente scambiata per un tumore. Ci avevano consigliato di andare subito a Milano. Eravamo nel parcheggio dell’ospedale per capire cosa fare».
La bambina sembrava guarita, ma quattro mesi dopo si presenta un ascesso sottomandibolare. «A Catania non riuscivano a capirne la natura, presero contatti con l’ospedale di Brescia. Poteva trattarsi di una disfunzione con i neutrofili. Alla fine tramite un confronto con l’ospedale Bambino Gesù riceviamo la diagnosi di una malattia rara: la granulomatosa cronica».
L’unica cura definitiva per la bambina è il trapianto del midollo. «A Catania però l’operazione si può fare solo da donatore familiare. Noi abbiamo dovuto fare ricerca di un donatore esterno: non ci restava che partire». Gianfranco è a Roma con la moglie e la figlia dal 18 novembre: prima dell’operazione era necessaria una chemioterapia, e dopo l’intervento sono richiesti cento giorni di osservazione e controlli.
«Non avremmo potuto sostenere le spese di un albergo o di un affittacamere». Gianfranco lavora come agente presso la polizia municipale di Catania. «Mi sono trovato molto in difficoltà. Avevo terminato le ferie. La 104 per mia figlia non era stata ancora accertata e non potevo sfruttarla. L’unica strada era l’aspettativa non retribuita, ma in famiglia il mio è l’unico stipendio».
Il comando della polizia municipale di Catania, però, ha trovato la soluzione delle ferie solidali: il personale può cedere le proprie ferie a un collega che ne ha estrema necessità. «Mi stanno donando le loro ferie. Si tratta di ferie regolarmente pagate. Sono coperto fino al 15 marzo.
Sono colleghi che io nemmeno conosco. Al comando siamo circa 450 dipendenti». Non tutti, fa notare Gianfranco, possono godere delle ferie solidali, come nel caso di Alessandro Turrisi, un altro papà presente in struttura, il quale ha dovuto sospendere il suo lavoro come corriere. Nel caso di Gianfranco si aggiunge quella che lui definisce “difficoltà affettiva”: «Ho un altro figlio di 12 anni che è rimasto in Sicilia con i nonni».
«Il volontariato associativo di realtà come la Andrea Tudisco – conclude Sebastiano Santoro – si inserisce in un buco e prova a riempirlo di solidarietà». Un buco in cui si apre la voragine di una questione meridionale dimenticata e incisa dal poeta Vittorio Bodini nei suoi versi: «Qui non vorrei morire dove vivere mi tocca».
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