La prima cosa a cui devono sopravvivere è la verità: come sono finiti in strada. «Ho cercato lavoro ma nel mio settore non ero presentabile senza giacca e cravatta», racconta Fabio. L’Istat ha effettuato una rilevazione con Fio.PSD in quattordici città italiane. La maggior parte delle persone rilevate appartiene alla fascia di età 31-60 anni, seguita dai giovani 18-30 anni e dagli over 60
«La mia azienda non sa che vivo per strada sennò mi manda via. Non posso essere un manager senza tetto». Fabio è un ingegnere di 48 anni, da due dorme tra panchine e marciapiedi. «Avevo una casa di proprietà, poi l’ho persa per una brutta storia di ludopatia: mi sono mangiato più di 100mila euro per il gioco». Da un mese è in prova per un lavoro. Le notti, le passa nella macchina aziendale.
Fabio è una delle tante persone senza dimora che vivono a Roma in condizioni di disagio e che sono state censite durante la rilevazione Istat, effettuata con Fio.PSD in quattordici città italiane nella notte del 26 gennaio e resa pubblica mercoledì 25 marzo, con i primi dati, in una conferenza stampa. Una fotografia di chi dorme per strada e negli alloggi di accoglienza e che porta il titolo “Tutti contano”: non solo una conta notturna ma anche un’occasione di ascolto delle loro storie con un obiettivo conoscitivo e di adeguamento dei servizi.
Le storie
«Rileggete il codice etico. È importante sapere come comportarsi in questi incontri», sorride Girolamo Grammatico, formatore e responsabile di un gruppo di rilevazione nella periferia di Roma mentre distribuisce mappe e pettorine. Sono più di sessanta i volontari coordinati da Girolamo e seimila le persone, dai 18 ai 70 anni, che nelle diverse città hanno partecipato alla conta con mappe e QR code alla mano. Vicoli, giardini, sottopassaggi.
Ed è percorsa una piccola rampa che si arriva in un garage trasformato in un centro di preghiera evangelica. Qui ha trovato ospitalità una donna peruviana: «Sono scappata dal mio paese perché volevano ammazzarmi». Da un anno in Italia, in cinque in una stanza, lavori in nero. Poi non riesce a pagare l’affitto. Finisce in strada: «Le donne hanno una presenza minoritaria in strada», spiega Girolamo. «Per questo nelle interviste abbiamo cercato di sentirle tutte».
«La prima notte in strada non finiva mai», racconta Fabio: «Ho cercato lavoro ma nel mio settore non ero presentabile senza giacca e cravatta». Ha provato nello scarico merci ma per la disabilità all’anca non ha retto. Fabio ha sempre manutenuto il cellulare, lo mette in carica ai bar. Lì vede le offerte di lavoro: «Ho fatto il direttore vendita di una multinazionale per molti anni».
Un giorno, un suo amico gli dà la possibilità di dormire in un furgone fermo in strada. Di notte, gli hanno rubato vestiti e documenti. «In strada si perde molto tempo: per andare a capire dove mangiare, dove lavarti, come vestirti. Per questo in molti non riescono a uscirne: devi badare alle prime necessità».
Fabio ha trovato supporto nelle realtà di volontariato: «Il lunedì e venerdì faccio la doccia in via Farnese, martedì e mercoledì barba e capelli a Colle Oppio, giovedì mi lavo a Casal Bruciato, il sabato da un prete sulla Tuscolana». La strada poi insegna un nuovo patto con la verità: «Le bugie hanno a che fare con la vita della strada», dice Fabio che ha mentito a suo padre per molto tempo: «Non gli ho detto che ero finito in strada, mi vergognavo». E ha mentito alla sua azienda: «Non mi avrebbero scelto. Ora devo portare risultati. Se non trovo una casa, sono a rischio di un’ennesima ricaduta».
I dati
Il 25 marzo l’Istat ha presentato i primi risultati sulle persone senza dimora che durante la rilevazione del 26 gennaio vivevano in strada, in sistemazioni di fortuna o erano ospiti delle strutture di accoglienza notturna in quattordici città italiane: il numero è pari a 10.037 individui.
Roma presenta il valore assoluto più elevato, accogliendo oltre un quarto del totale, seguita da Milano, Torino e Napoli. La maggior parte delle persone senza dimora rilevate appartiene alla fascia di età 31-60 anni, seguita dai giovani 18-30 anni e dagli over 60.
I due terzi sono di nazionalità straniera. La presenza femminile risulta minoritaria anche per le specifiche difficoltà della condizione di senza dimora per le donne. Nei prossimi mesi verranno condivisi ulteriori approfondimenti sui percorsi di vita delle persone senza dimora.
Alcuni anni fa, Girolamo Grammatico ha scritto I sopravviventi, un libro sulla sua esperienza di quasi vent’anni con i senza dimora: «Le loro storie portano realtà concrete ma anche simboli che non hanno mai smesso di interrogarmi». Il senso dell’indagine letteraria di Grammatico e forse anche dell’indagine Istat va ricercato nella relazione tra esseri umani. «Solo così la sopravvivenza di chi è senza casa può dirsi metafora di come tutti noi abitiamo questo mondo», dice Girolamo.
Sono sopravviventi Fabio e Linda. È un sopravvivente Luca, il ragazzo che ha scelto di vivere in strada e rifiuta forme di aiuto più strutturate. È un sopravvivente Koko che viene dalla Guinea Bissau, lavora nell’edilizia e dorme in una tenda lungo i binari. È un sopravvivente Abdel che è solo di passaggio sui marciapiedi in attesa di raggiungere la Francia. È una sopravvivente Katia con una storia di violenza ed eroina e un sottopasso vicino la stazione.
La prima cosa a cui le persone senza dimora devono sopravvivere è la verità: come sono finiti in strada. E la verità in strada cambia odore, puzza. La verità delle persone senza dimora, come loro, ha il freddo e la fame della vergogna. Fabio e gli altri portano la loro verità in fila alla mensa, la infilano negli abiti usati, la schiacciano con il loro peso su un giaciglio. È l’unica ricchezza che hanno e possono sperperarla come vogliono. Se la raccontano oggi in un modo, domani chissà. Solo così possono sopravvivere alla propria storia, alla propria panchina, alla propria interminabile notte.
© Riproduzione riservata


