Il testo della direttiva dei ministri Piantedosi e Valditara sui metal detector nelle scuole è intriso di lessico militare e poliziesco: il disagio giovanile diventa esclusivamente un problema di ordine pubblico. I rischi pedagogici di questa operazione sono altissimi. L’uso di strumenti di rilevazione trasformerebbe la scuola in un luogo di prevaricazione educativa, la fiducia tra docenti e studenti verrebbe ovviamente lacerata
Sembra essere nato un nuovo ircocervo governativo, il ministero del Controllo e della sorveglianza, che unisce il ministero dell’Istruzione e del merito con quello dell’Interno.
La direttiva congiunta emanata mercoledì 28 gennaio dai ministri Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi sulle misure «per il rafforzamento della prevenzione e contrasto dell’illegalità negli istituti scolastici» segna una svolta repressiva che trasforma la scuola da laboratorio di democrazia a terminale di pubblica sicurezza. Con un linguaggio burocratico e francamente prefettizio, il provvedimento ignora il mandato costituzionale della pedagogia pubblica e dell’inclusione, e privilegia una logica di commissariamento che tradisce l’essenza stessa della relazione educativa.
Il testo della direttiva è intriso di lessico militare e poliziesco: il disagio giovanile diventa esclusivamente un problema di ordine pubblico. Termini come «presidio del territorio», «vigilanza», «intervento tempestivo» e «piani di controllo coordinato» trasfigurano l’ambiente scolastico in una zona di operazioni di polizia. Se la scuola è la metonimia del mondo, la sua riduzione a un luogo dove la «sicurezza è la precondizione della libertà autentica» significa esattamente ribaltare il concetto democratico per cui invece è la libertà (e l’educazione alla libertà) a generare una convivenza sicura.
Oltre alla grettezza del gergo questurino, la farraginosa direttiva biministeriale inciampa anche in errori di grammatica che rivelano una stesura frettolosa e una scarsa cura per quella cultura delle regole che pure si dice di voler difendere. Al paragrafo 5 si legge: «Ai suddetti Comitati potranno essere coinvolti i referenti di strutture sanitarie»: un anacoluto burocratico che sembra il sintomo di un ossimoro politico, l’ispirazione gerarchica sovrasta la correttezza linguistica.
L’errore istituzionale
Ma l’errore più grave è quello istituzionale. Il cuore della direttiva entra in rotta di collisione con i Principi fondamentali della Costituzione. L’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» per permettere il «pieno sviluppo della persona umana»: la Costituzione chiede di eliminarli, gli ostacoli, le cause del disagio (povertà, emarginazione…); la direttiva propone di sanzionarne gli effetti tramite la polizia.
Cosa accadrà? Cosa si vuole fare accadere? La possibile introduzione di metal detector e la temporanea inclusione delle scuole nei piani di controllo coordinato aumentano il clima di sospetto che già colpisce soprattutto chi vive in contesti già marginalizzati, accentuando le disuguaglianze invece di ridurle.
E la direttiva va in contrasto anche l’articolo 33 della Costituzione, che garantisce la libertà dell’insegnamento. Delegare l’analisi delle criticità scolastiche ai Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica significa sottrarre all’autonomia scolastica la gestione pedagogica del conflitto. Con la sua enfasi sulla tolleranza zero e la regolazione ferrea degli accessi, si annienta questo spazio relazionale.
Il vero pericolo
I rischi pedagogici sono altissimi, per una semplice ragione: se in qualunque modo entra la polizia a scuola, abbiamo perso tutti. L’uso di strumenti di rilevazione trasformerebbe la scuola in un luogo di prevaricazione educativa, la fiducia tra docenti e studenti verrebbe ovviamente lacerata. La crisi della scuola non può essere trattata, ancora, come una questione di sicurezza. È una crisi di welfare (mancanza di tempo pieno, di trasporti, consultori, sostegni alle famiglie…) che non può essere risolta ma nemmeno trattata con una supplenza securitaria.
Il disinteresse che la politica mostra nei confronti dell’innovazione didattica lascia lo spazio a queste nuova pedagogia governativa che vede nel controllo un succedaneo dell’autorità e nella repressione un sostituto della costruzione comune delle regole.
Se vogliamo una scuola che liberi, dobbiamo rafforzare la comunità educante attraverso investimenti e aggiornamenti pedagogici e fiducia nelle capacità trasformative del sistema scolastico. E se questo non accade o fa fatica a accadere, dobbiamo tentare e ritentare ancora, non scegliere di nuovo la via triviale della criminalizzazione.
Una scuola che adotta la «certezza delle regole», per citare quest’espressione dolorosamente soffocante, come unico strumento di intervento è una scuola che ha rinunciato a educare alla libertà, dimenticando che – è sempre la Costituzione a chiarirlo –l’istruzione ha uno scopo ben preciso: la partecipazione effettiva di ogni cittadino alla vita del paese.
La direttiva Piantedosi-Valditara, con il suo linguaggio involuto e la sua logica repressiva, non è che l’ultimo tassello di un progetto che pensa di affrontare le sfide educative e quelle dei conflitti generazionali con un populismo penale e sanzionatorio, in un’escalation di dispositivi normativi e di sorveglianza. È un pessimo presagio.
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