Appena la giudice finisce di pronunciare la sentenza, nove carabinieri si apprestano a creare due cordoni ai lati dell’aula del tribunale di Campobasso, formando un corridoio. Al centro viene bruscamente trascinato per i gomiti Ahmad Salem, 25enne palestinese, appena condannato a quattro anni di reclusione dal tribunale del capoluogo molisano.

Nella stessa città si era presentato a fare richiesta d’asilo nel maggio del 2025, per finire poi nel carcere di Rossano-Corigliano, dove ha trascorso l’ultimo anno in custodia cautelare con l’accusa di autoaddestramento con finalità di terrorismo e istigazione a delinquere. Lo scorso ottobre è iniziato il processo, che martedì 14 aprile è arrivato a sentenza.

Arrestato durante la richiesta d’asilo

«Mi chiamo Ahmad Salem, sono nato in Libano l’8 aprile del 2001. Sono palestinese. Sono venuto in Europa perché ho bisogno di aiutare i miei familiari. Non sono un terrorista. Ho perso 73 persone della mia famiglia a Gaza, ora sono tutti sotto le macerie». Così inizia la sua dichiarazione spontanea, rilasciata oggi davanti alla giudice. Ahmad Salem ha 25 anni e viene da al-Baddawi, uno dei dodici campi profughi palestinesi in Libano. Lascia il paese dei cedri per fare domanda di protezione internazionale in Europa e nel maggio 2025 si presenta per formalizzare la richiesta alla Questura di Campobasso. Quando gli vengono richiesti i documenti di identificazione, dichiara di averli smarriti ma di avere delle foto sul suo telefono. Mentre scorre la galleria del cellulare, la polizia nota altri contenuti: immagini legate al conflitto in Palestina, filmati della resistenza armata con attacchi a mezzi militari israeliani e materiali sul genocidio a Gaza.

Ė così che inizia l’inchiesta giudiziaria a suo carico, avviata dal pubblico ministero Elisa Sabusco. Il giovane viene arrestato preventivamente. Ha trascorso un anno in custodia cautelare nella sezione Alta sicurezza del carcere di Rossano-Corigliano, denominato la “Guantanamo d’Italia”, noto per le dure condizioni e il concentramento di persone accusate di terrorismo.

Ma non è l’unico palestinese: sono reclusi lì anche Yaser Asaly e Reyad Bustanji, due delle persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta della procura del capoluogo ligure che li vede indagati, insieme a Mohammad Hannoun, di aver finanziato Hamas attraverso delle raccolte fondi per Gaza dell’Associazione Palestinesi in Italia.

E prima ancora, nel 2024, Mansour Doghmosh, palestinese accusato di associazione a delinquere con finalità di terrorismo, assolto lo scorso settembre all’interno del processo che ha visto, invece, la condanna di Anan Yaeesh.

La fattispecie di reato sulla detenzione di materiale terroristico è stata introdotta dal primo pacchetto Sicurezza del Governo Meloni ad aprile 2025. Punisce con la reclusione da due a sei anni la detenzione di file contenenti istruzioni sulla preparazione o sull'uso di congegni bellici, armi da fuoco o qualsiasi altra tecnica per il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo, anche se rivolti contro Stato estero. La mera detenzione sarebbe, dunque, indicazione di un tentativo di riproduzione degli attentati. Il nuovo articolo alza la soglia di punibilità penale: non è necessario provare l’adesione a gruppi terroristici, né concreti tentativi di addestramento.

 A testimoniare la finalità terroristica della detenzione di quei video è secondo l’accusa il fatto che provengano da organizzazioni inserite nella Black List europea dei gruppi terroristici. In ogni caso, secondo la difesa, a nessuna delle loro azioni armate Ahmad avrebbe mai potuto partecipare, visto che si trovava in Libano e non ha mai potuto mettere piede in Palestina, in quanto rifugiato. Tantomeno a Gaza.  

L’istigazione a delinquere con finalità di terrorismo, invece, ha come unico elemento probatorio un video Tiktok in cui l’imputato rimprovera l’immobilismo della comunità musulmana nel mondo, che non si mobiliterebbe a sufficienza per porre fine al genocidio a Gaza, e invita alla sollevazione «contro il regime coloniale israeliano». A rinforzare l’ipotesi di reato concorre l’iscrizione nel canale Telegram della Brigata di Jenin - gruppo di resistenza armata in Cisgiordania - dove Ahmad però, dice la difesa, è un semplice ricevitore passivo di notizie riguardanti le violenze dell’esercito israeliano (Idf) in Cisgiordania.

La sentenza inaspettata

Ahmad è entrato nell’aula con le manette ai polsi, scortato da 9 agenti di polizia penitenziaria. L’udienza inizia con la sua dichiarazione spontanea: «Tutti i giorni apro il telefono e vedo video di bambini fatti a pezzi. Voi come reagireste? Chiedo alla giustizia italiana, cosa sarebbe giusto che facessi? In ogni Paese in cui c’è la guerra, in Ucraina per esempio, le persone hanno video sulla guerra. Li arrestereste tutti, allora?», afferma il 25enne. 

Fuori dal tribunale, il Movimento 4 settembre è riunito in presidio: «Siamo al fianco di Ahmad e di tutti i prigionieri palestinesi in Italia, in una fase storica che colpisce il dissenso e oggi punisce un ragazzo privato della sua terra», spiega Ilaria, portavoce del movimento.

Dopo una breve requisitoria che ripercorre i capi di imputazione e le prove a carico dell’imputato, il pubblico ministero chiede una pena complessiva di tre anni e sei mesi di reclusione. Secondo la difesa, Ahmad aveva tutto il diritto di esprimere la sua delusione verso la comunità musulmana e di mobilitarla per interrompere il genocidio. Le dichiarazioni del video pubblicato su Tiktok non contengono, infatti, alcuna istigazione a concrete ipotesi di reato che possano mettere a rischio l’ordine pubblico.

«La tradizione liberale dell’Occidente tutela la libertà di espressione, così come l’articolo 21 della nostra Costituzione. Se sei arabo o musulmano, però, uno sguardo islamofobico interpreta malevolmente qualsiasi cosa tu possa dichiarare», sostiene l’avvocato Rossi-Albertini. Per quanto riguarda il reato di autoaddestramento, i video detenuti da Ahmad Salem non sono tutorial per costruire ordigni. Sono la rappresentazione del conflitto in corso a Gaza.

Quegli stessi filmati sono stati pubblicati sui principali media nazionali, come La Stampa, Rainews e La Repubblica, che non avrebbero potuto diffonderli se fossero stati utili alla riproduzione di attentati terroristici. «Anche io ho visto quei filmati, ma sono un avvocato bianco. La finalità di terrorismo è allora frutto di un pregiudizio su base etnica in un’Europa schierata con la potenza occupante, Israele», conclude l’avvocato.

Le ragioni della difesa, però, sono valse a poco. Al termine del dibattimento, il giovane è stato condannato a quattro anni di carcere, una pena maggiore di quella richiesta dal pubblico ministero.  

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