«È stato un faticosissimo percorso a ostacoli. In pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati a una sentenza. Del resto tutto quello che il regime egiziano poteva mettere in campo per impedire il processo lo ha fatto». Alessandra Ballerini, l’avvocata dei genitori e della sorella di Giulio Regeni, commenta quanto deciso dai giudici della Corte d’Assise di Roma che ha condannato tre 007 de Il Cairo (i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) a dieci anni ciascuno e ne ha assolto un quarto (il generale Tariq Sabir) per la morte del ricercatore italiano ventottenne, il cui corpo, con evidenti segni di violenze e torture, veniva trovato senza vita il 3 febbraio 2016 lungo la strada per Alessandria d’Egitto.

Da allora sono passati 3.890 giorni: dieci anni in cui non si è mai smesso di chiedere «verità e giustizia». Più in particolare i tre 007 sono stati condannati solo per il sequestro di Regeni e non anche per l’omicidio.

Verità e giustizia

Dopo la lettura della sentenza, nell’aula intitolata a Vittorio Occorsio, al piano terra del tribunale di piazzale Clodio, l’avvocato Ballerini e i familiari di Giulio hanno avuto un colloquio privato col procuratore capo Francesco Lo Voi e con l’aggiunto Sergio Colaiocco.  «Questa è una vittoria, al di là delle condanne, questa famiglia è resistente. Se oggi i nostri diritti valgono un po' di più è merito dei Regeni», ha aggiunto l’avvocata. 

Silenzi e depistaggi

Soddisfazione anche da parte del procuratore capo Francesco Lo Voi, accanto all’aggiunto Sergio Colaiocco che in aula, durante una delle udienze del processo, aveva affermato: «Questo processo non consegna una verità intuitiva o emotiva. Consegna una verità processuale costruita attraverso prove documentali; prove dichiarative; prove tecnico-scientifiche; riscontri esterni; convergenze indipendenti; verifiche dibattimentali». Un processo, quello celebrato nella Capitale, che, come sottolineato da Colaiocco, «non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri».

«Esso è stato un processo contro il silenzio. Contro il silenzio di chi non voleva parlare, di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose. Contro i depistaggi», le parole della procura che è riuscita a superare «un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusure che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica: il questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo, la verità sarebbe rimasta sommersa e la morte di Giulio consegnata all’oblio». 

D’altronde la procura del Cairo, nell’immediatezza del processo, aveva respinto l’atto di accusa dei pm romani affermando che nessuno degli indagati avrebbe avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell'uccisione di Regeni, indicando invece come responsabili una banda di criminali rimasti «uccisi in uno scontro a fuoco mentre la polizia li stava arrestando». Oggi un’altra verità è stata accertata. 
La sentenza (immediatamente esecutiva e inappellabile) ora obbligherà l’Italia a chiedere all’Egitto l’esecuzione della pena e il pagamento dei danni. Un fatto che potrebbe rappresentare un problema per i rapporti, che sembrano ricuciti, tra il governo italiano e quello de Il Cairo. Solo qualche settimana fa Antonio Tajani era in Egitto, ricevuto dal presidente Abdel Fattah al-Sisi. Eppure Palazzo Chigi è parte civile nel processo Regeni, con l’avvocatura di Stato che ha chiesto agli imputati un risarcimento milionario. «Tajani in Egitto? Non ci riguarda, perchè la nostra è una democrazia: c'è la separazione dei poteri prevista dalla nostra Costituzione», ha commentato Ballerini. 

Il procuratore capo

Nei momenti cruciali per il processo, inoltre, è stato sempre presente il procuratore capo di Roma Lo Voi. Nella sua requisitoria tenutasi nei mesi scorsi nell'aula bunker di Rebibbia, Lo Voi aveva sottolineato come «questo processo grazie alla Consulta e alle nostre norme si è svolto nel pieno rispetto delle garanzie. Siamo di fronte a un muro che è stato abbattuto. È anche grazie all'intervento della Corte Costituzionale che si è superata la fase di stallo. Non voglio mancare di ricordare – aveva detto – che rispetto all'epoca dei fatti sono passati tre procuratori della Repubblica e tanto ci è voluto per superare gli ostacoli posti. Non c'è stata alcuna collaborazione dell'Egitto, non sono state rispettate una serie di convenzioni internazionali».
E a chiedere incessantemente giustizia, in tutti questi anni, sono stati anzitutto i genitori di Giulio Regeni. «Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo», aveva detto la mamma Paola Deffendi.

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