Negli ultimi anni operatrici e operatori della salute – medici, infermieri, psicologi, farmacisti, nutrizionisti – sono diventati sempre più presenti sulle piattaforme social. Per alcuni si tratta di uno spazio di divulgazione sanitaria, per molti altri di un luogo in cui affrontare temi legati alla propria professione o atti a promuovere studi e servizi privati.

La centralità dei social nella ricerca di informazioni sanitarie da parte della popolazione, nasce anche da una necessità: in Italia l’accesso alle cure è sempre più diseguale, segnato da liste d’attesa incompatibili con i bisogni delle persone, da una medicina territoriale indebolita e da un ricorso crescente alla spesa privata; quando la situazione socio-economica lo permette.

In questo quadro, la rete diventa uno spazio di orientamento a cui si accede in modo semplice e rapido: non sostituisce la presa in carico, ma fornisce moltissime informazioni su temi sensibili e domande inascoltate.

Secondo le rilevazioni 2025 dell’Istat, oltre la metà della popolazione adulta cerca online informazioni su sintomi, malattie e terapie prima di rivolgersi a un professionista sanitario. Anche la ricerca di figure sanitarie passa sempre più dal digitale: si ricercano figure empatiche, in grado di spiegare con parole semplici problematiche di salute complesse.

Questa dinamica non è neutra: chi dispone di risorse può trasformare l’informazione online in accesso a prestazioni qualificate, mentre chi non le ha può restare esposto a contenuti in cui le logiche del profitto vengono prima della tutela della salute. È dentro questa asimmetria che i social diventano un terreno sensibile per le professioni sanitarie, in cui si affaccia anche la questione legata alla deontologia professionale.

Ordini professionali e algoritmi

La crescente esposizione dei professionisti sanitari sui social, infatti, solleva interrogativi sul rapporto medico-paziente e sulla tutela della professione. Diversi Ordini hanno provato a orientare questa transizione digitale, ma mancano ancora norme puntuali che disciplinino questo nuovo approccio alla salute digitale.

Per mediche e medici, il riferimento resta il Codice di deontologia medica, che considera la comunicazione parte integrante del tempo di cura e pone al centro correttezza dell’informazione, consenso informato e tutela della riservatezza.

«Quello che l’Ordine suggerisce è di essere molto prudenti – dice Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) – e di distinguere molto bene il profilo privato da quello pubblico, di essere veritieri, di prestare attenzione al tema della privacy evitando un confronto su questioni professionali sui social».

Questo impianto, però, si scontra con il diritto europeo della concorrenza, che assimila l’esercizio libero-professionale a un’attività economica e tende a equiparare il medico a un’impresa anche se, fortunatamente, separa questa dimensione dal lavoro svolto all’interno del Servizio sanitario nazionale (Ssn).

Una tensione analoga riguarda la psicologia. «In un tempo che spinge alla semplificazione, la psicologia ha il dovere di restituire complessità, rigore e rispetto della sofferenza», dice Maria Antonietta Gulino, presidente del Consiglio nazionale ordine psicologi (Cnop).

Anche qui è il Codice deontologico a fissare i confini della condotta professionale, imponendo allo psicologo di uniformarsi «ai principi del decoro e della dignità professionale» anche online. Per Gulino i social «non sono semplici strumenti di comunicazione, ma contesti che plasmano linguaggi», e tendono a premiare «la popolarità più che la competenza». È in questo quadro che gli Ordini sono chiamati a intervenire sui singoli comportamenti: «Nei casi più gravi, arrivando a sanzioni».

Infodemia e viralità

«Il nostro obiettivo è cambiare e semplificare il linguaggio sanitario nell’ambito della salute, con un approccio multidisciplinare», dice Gianluca David Baroni, medico e membro della cooperativa sociale Heimi, attiva sui social con una pagina da 1,2 milioni di follower dove si producono ogni giorno contenuti di divulgazione e promozione della salute insieme a diverse professioniste e professionisti. Un ente del terzo settore nato nel 2021, che collabora sia con enti pubblici – tramite bandi – che con enti privati (come l’Associazione nazionale imprese assicuratrici).

Baroni afferma: «Siamo sostenitori del perfetto equilibrio tra il pubblico e il privato, riconosciamo la parte del Ssn come asset portante che deve essere tutelato e incentivato. Anche noi siamo a cavallo tra questi due mondi». In merito alla quantità di pagine social sul tema, Baroni dice: «Ne salverei poche, da alcune si evince solo l’interesse commerciale, senza missione dietro, con poca formazione», anche se è difficile, per la popolazione «accorgersi di questo, ma per i professionisti sanitari è molto evidente».

Anche la comunità scientifica internazionale ha lanciato da tempo un allarme: la viralità tende a premiare messaggi semplificati o sensazionalistici. Un testo pubblicato sul Journal of Medical Internet Research mostra come le informazioni sanitarie inaccurate circolino ampiamente sulle piattaforme social, spesso più di quelle scientificamente fondate.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha parlato esplicitamente di infodemia per descrivere la sovrabbondanza di informazioni che accompagna i temi sanitari. In questo equilibrio fragile tra informazione, mercato e autorevolezza, il cuore della questione non è la presenza dei sanitari online, ma la responsabilità che questa presenza comporta e l’urgenza di regolamentazioni adeguate all’ecosistema digitale. 


 

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