Quando è arrivato al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma, il 17 giugno 2024, Satnam Singh aveva traumi su tutto il corpo ed era in fin di vita. Un macchinario agricolo rudimentale - un avvolgitore di plastica usato per raccogliere i teli che coprono le colture - gli aveva tranciato un braccio mentre lavorava nei campi in provincia di Latina.

Il datore di lavoro Antonello Lovato, invece di chiamare i soccorsi, lo aveva caricato su un furgone insieme alla compagna e lasciato davanti a casa. L’arto amputato, trovato in una cassetta della frutta vicino ai cassonetti, è diventato il simbolo di una doppia vergogna: da una parte i padroni che continuano a sfruttare i braccianti, dall’altro la politica incapace di contrastare il caporalato.

Satnam è morto dopo 48 ore di shock emorragico: oltre alla perdita del braccio, aveva costole e gambe rotte, lesioni al fegato e al pancreas.

Lovato è imputato per omicidio colposo. Nell’ultima udienza la difesa ha cercato di dimostrare che il lavoratore non si sarebbe potuto salvare nemmeno con soccorsi tempestivi. Il consulente di parte Costantino Ciallella ha ridimensionato il peso clinico dell’amputazione: «Il braccio è stato un problema marginale, valorizzato nell’interesse mediatico».

Una tesi smentita dai soccorritori. L’anestesista Lorena Scattoni ha spiegato che «il tempo è essenziale quando si interviene su un politrauma». Il processo a Lovato, che a luglio dovrebbe arrivare a sentenza, potrà fare giustizia per Satnam Singh, ma non basterà a fermare un sistema.

Contrasto a rilento

La guerra al caporalato promessa dal governo non è mai iniziata.
La legge 199 del 2016 - ultima risposta politica al problema - punisce lo sfruttamento del lavoro, ma interviene a fatti compiuti e, finora, non ha rappresentato un deterrente per gli imprenditori né una garanzia per i braccianti. Denunciare è difficile, chi lo fa è perché ha già trovato una via d’uscita dallo sfruttamento.

Ma anche quando ci si rivolge alle forze dell’ordine, i risultati sono scoraggianti: i datori di lavoro non temono una condanna penale, specialmente se possono patteggiare. Dal punto di vista economico, poi, una condanna per sfruttamento non danneggia le aziende né la loro competitività.

Il caso dei Lovato è emblematico. Il padre di Antonello, Renzo, era già sotto indagine per caporalato dal 2019, insieme ad altre quindici persone. Quell’inchiesta non era ancora approdata in tribunale quando Satnam Singh è morto.

L’azienda ha continuato a produrre e Lovato avrebbe percepito oltre 131mila euro di fondi europei negli ultimi otto anni. Ora rischia il processo: il 15 maggio si svolgerà l’udienza preliminare. Sarebbe per lui un secondo processo.

Renzo Lovato è infatti agli arresti domiciliari per l’inchiesta cosiddetta Satnam bis, sempre per caporalato, insieme al figlio Antonello. Questo procedimento riprenderà il 20 maggio.


Senza una regolarizzazione del permesso di soggiorno svincolata dal contratto di lavoro, ogni bracciante rimane ostaggio del proprio padrone e finisce nell’invisibilità.

La priorità, come ripetono da anni sindacati e associazioni, sarebbe modificare il Testo unico sull'immigrazione e superare la logica della Bossi-Fini. Ma quella volontà politica, al di là degli slogan, non è mai arrivata, da questo governo come dai precedenti.

I decreti flussi non funzionano: nel 2025, secondo la campagna Ero Straniero, solo il 7,9 per cento delle quote si è trasformato in permessi di soggiorno. La gran parte dei lavoratori extracomunitari arriva in Italia e scopre di essere stato truffato, perché non esiste nessuna azienda italiana pronta ad assumerlo.

E intanto i lavoratori stranieri continuano a morire, se non per lo sfruttamento sul lavoro, per le conseguenze prodotte dall’irregolarità.

La storia di Neeraj

Lo dimostra la storia di Paul Neeraj, 36 anni, indiano, che nella notte tra il 10 e l’11 aprile è stato lasciato davanti al pronto soccorso del Ruggi d’Aragona di Salerno. Quando i medici gli hanno tagliato i pantaloni, hanno scoperto due gambe nere per via di una cancrena avanzata. È morto dopo due settimane.

L'autopsia, eseguita dal medico legale Casaburi, ha stabilito che Neeraj soffriva di una grave cirrosi epatica e di un’insufficienza multiorgano causata da una setticemia partita dalle gambe e aggravatasi nel tempo fino a compromettere gli organi interni.

Una malattia che inizialmente era stata collegata all’esposizione a sostanze chimiche senza protezioni, probabilmente nelle serre agricole o nell’industria tessile. La circostanza è stata smentita dagli esami medici e ora l'indagine potrebbe chiudersi con un’archiviazione.

Neeraj era irregolare da quattro anni in Italia. Non è morto nei campi, impigliato in un macchinario o per le sostanze chimiche delle serre, ma è morto perché non poteva curarsi. Gli accertamenti della polizia indicano che aveva tentato di farlo con farmaci di fortuna, probabilmente procurati attraverso connazionali: l’unica rete sanitaria a cui aveva accesso.

Senza documenti, presentarsi in un ospedale significa rendersi visibile allo stato e per chi vive nell'irregolarità, lo Stato non è un’istituzione a cui rivolgersi, ma un pericolo da evitare. Così Paul Neeraj ha lasciato che un'infezione diventasse cancrena, che la cancrena diventasse setticemia, che la setticemia gli bruciasse gli organi uno a uno.

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