Nel paese che eleva Fleximan a eroe popolare, servono in media 903 giorni per approvare un nuovo dispositivo contro i 180 previsti dalla legge. La violenza stradale provoca 8 morti al giorno: secondo la Fondazione Guarnieri, rispettare i tempi eviterebbe ogni anno tra 12 e 21 decessi. Il costo stimato della strage sulle strade raggiunge i 33 miliardi di euro. Intanto gli altri stati europei vanno in tutt’altra direzione
C’è Superman, che protegge il mondo con la sua forza sovrumana, la vista ai raggi X, il super udito e il volo supersonico. C’è Spiderman, che combatte il crimine e difende i cittadini arrampicandosi sui muri, saltando tra i palazzi e lanciando ragnatele. Ma in Italia c’è stato anche Fleximan, ve lo ricordate?
Siamo riusciti a dipingere come un supereroe anche un tizio che andava in giro per il Polesine a tranciare gli autovelox per permetterci di volare in macchina (sì, come sta provando a fare Elon Musk). Addirittura nell’edizione 2024 di X-Factor un rapper bergamasco, MC Drago, si presentò alle selezioni con un brano dedicato a Fleximan, «l'eroe che non ci meritiamo ma che abbiamo qua», inneggiando all’autovelox che va giù, «proteggo le strade, sì, sono il vostro custode» e via inanellando strofe una peggio dell’altra.
Colpa della nostra cultura sbagliata, sempre pronta a trovare la soluzione che aggira le regole e i controlli. Questo però non è un film della Marvel. E il caso degli autovelox è un clamoroso paradosso che si ritorce contro l’obiettivo della sicurezza sulle strade.
Il costo sociale della strage
Partiamo dai media, e prendiamoci le nostre responsabilità: troppo spesso i dispositivi per il controllo della velocità vengono presentati come un danno economico per i cittadini e un modo di fare cassa per chi li introduce. Titoli come “L’autovelox fa strage” o “L’autovelox non perdona” sono completamente fuorvianti: i controlli funzionano perché prevengono, cambiano i comportamenti prima che gli scontri uccidano.
Per non parlare della leggenda metropolitana che ci voleva convincere che siamo il paese degli autovelox: una balla spaziale. Invece di raccontare quante multe e quanti incassi hanno portato gli autovelox, sarebbe opportuno piuttosto parlare delle regole che consentono di rispettare e delle vite che permettono di salvare.
Ma se non siete interessati alle esistenze (vostre e degli altri), magari preferite parlare dei costi: quelli che paghiamo tutti, in denaro, vite e famiglie distrutte. Ogni giorno in Italia 8 persone muoiono sulle strade e almeno 46 riportano ferite gravi, spesso con conseguenze permanenti. A livello europeo il tasso di mortalità sulle strade italiane è 2,5 volte più alto di quello dei paesi più sicuri (Svezia, Danimarca e Paesi Bassi sono tutti al di sotto dei 35 morti per milione di abitanti, l'Italia è tra i peggiori, assieme a Polonia, Grecia e Romania). Questo - oltre ad essere la prima causa di morte fino ai 29 anni - rappresenta il principale problema di sicurezza personale che ha il nostro paese.
L'Unione europea ha fissato l'obiettivo di dimezzare il numero di morti e di feriti gravi entro la fine del 2030. A oggi, la riduzione delle vittime in Italia è appena del 4,5 per cento, meno di un decimo di quanto richiesto. Per questa strage c’è un costo sociale. Esiste un’analisi della Fondazione Lorenzo Guarnieri datata settembre 2026: nasce come contributo al dialogo tra la società civile e le istituzioni, in particolare il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e stima il costo della strage sulle strade tra i 28 e i 33 miliardi di euro l’anno.
Un autovelox di nuova generazione, comprese l’installazione e la manutenzione quinquennale, ha un costo di poche decine di migliaia di euro. Il sistema italiano degli autovelox, nell'insieme, costa una frazione infinitesimale del bilancio pubblico. Il costo sociale del suo sottoutilizzo, invece, si misura sicuramente in decine, se non centinaia, di milioni di euro. Non investire in sicurezza è un cattivo affare. Di più: è proprio un controsenso.
L’impatto sulla mortalità
Perché si muore così tanto sulle nostre strade? Distrazione, mancato rispetto della precedenza e velocità troppo elevata costituiscono insieme il 37,8 per cento delle cause accertate nel 2024, con 85.339 casi registrati. Tutte e tre queste categorie di comportamento sono direttamente osservabili attraverso dispositivi automatici: sensori di attenzione e uso del cellulare, telecamere semaforiche, autovelox. La velocità eccessiva o non commisurata alle condizioni della strada, in particolare, costituisce - a dirlo è l’Istat - la prima causa di scontro con esito mortale: ogni incremento di 5 km/h oltre il limite legale aumenta in misura sensibile la probabilità che uno scontro si verifichi, e quando si verifica aumenta la gravità delle lesioni.
È per questa ragione che l’autovelox è universalmente riconosciuto come la prevenzione più efficace: dove esistono dispositivi di controllo automatico della velocità e del rispetto semaforico, le persone muoiono di meno. Una meta-analisi scientifica dell’università di Firenze ha associato alla presenza degli autovelox una riduzione fra il 15 e il 36 per cento della mortalità negli scontri stradali.
Di fronte a questo quadro, è evidente che è interesse di tutti rendere le strade sicure. O meglio: sarebbe interesse di tutti. In realtà gli autovelox in Italia non li vuole nessuno, neanche chi dovrebbe installarli.
Burocrazia che frena
L’analisi riguarda 17 decreti di approvazione di nuovi prototipi emessi fra il 2021 e il 2025. La Fondazione Guarnieri, nata nel nome di Lorenzo, ucciso sulla strada a 17 anni, ha rilevato che tutti i nuovi strumenti tecnologici incontrano un ostacolo ancora prima di arrivare sulla strada. Dove? Negli uffici competenti. Negli ultimi cinque anni, infatti, le approvazioni di nuovi prototipi di autovelox hanno richiesto in media oltre cinque volte il tempo previsto dalla legge, con punte superiori a tre anni per un singolo dispositivo. Tanto che nel 2018 e nel 2020 non è stato approvato alcun nuovo prototipo.
Qualche esempio? Servono in media 903 giorni, quasi due anni e mezzo, per approvare un nuovo autovelox contro i 180 previsti. Ci sono voluti 1.198 giorni per l’unico procedimento concluso nel 2025. Nel mese di giugno 2023 si è segnato un record: 1.232 giorni, quasi tre anni e mezzo. E non è tutto: nel caso molto frequente di obsolescenza di un componente del dispositivo già approvato, non esiste una procedura separata ma il dispositivo deve sottostare nuovamente a una procedura di estensione simile a quella di approvazione, creando ulteriori ritardi.
Il confronto con quello che succede negli altri paesi è frustrante: in Spagna, Svizzera e Germania i procedimenti sono affidati a laboratori metrologici specializzati, e si registrano tempi molto inferiori a quelli italiani. Questo non è senza conseguenze. La lentezza delle procedure amministrative ritarda la diffusione degli apparecchi di controllo e delle nuove tecnologie, ed è evidente che questo ritardo ha un costo concreto: in termini di spesa sociale e, soprattutto, di vite perdute.
Secondo l’analisi della Fondazione Lorenzo Guarnieri, in Italia rispettare i tempi porterebbe a una diminuzione dei morti stimata tra 12 e 21 ogni anno e a una riduzione del costo sociale minimo annuo compresa tra 88 e 154 milioni di euro. La Svezia, che nel 1997 adottò per prima il principio secondo cui nessuna morte sulla strada è accettabile (Vision zero) come costo della mobilità, ha ridotto la mortalità stradale del 60 per cento in 25 anni, passando da oltre 500 morti ogni anno a meno di 200.
Una parte del lavoro l’hanno fatta gli autovelox, che nel paese scandinavo hanno una densità circa quattro volte superiore a quella del nostro: 26 dispositivi ogni 100.000 abitanti contro 6,5 dell’Italia. Ma continuiamo pure a sognare con i video della Tesla che accelera da 0 a 100 in meno di un secondo.
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