La diciottenne affida a una serie di stories un lunghissimo sfogo. «Io non so ancora cosa mi hanno fatto. Non credo che nessuno abbia veramente metabolizzato quello che è successo. Non so se preoccuparmi del mio passato, rimasto bloccato dietro quella porta, o del mio futuro»
«Vorrei chiedere scusa alla mia professoressa di storia, con cui discutevo sempre, perché durante tutto l’anno continuava a ripeterci che il problema era nella struttura, come diceva Marx, e quindi nel capitalismo. Io e i miei compagni non le davamo realmente retta. Come si fa a distruggere il capitalismo? Ci sembrava una cosa così lontana, così concettuale, quasi una cosa da interrogazione».
Inizia così lo sfogo, affidato ai social, di una delle ragazze che abitava nello Spin Time di Roma, almeno fino al principio di incendio del 29 luglio che ha portato allo sgombero della struttura in via Santa Croce in Gerusalemme.
«Non riuscivamo a vedere il capitalismo nella nostra vita. Vorrei chiederle scusa perché non le ho creduto e perché adesso, per la prima volta, l’ho visto con i miei occhi», continua la ragazza prima di presentarsi. «Sono Sara, ho 18 anni e volevo solo studiare architettura, fare l’università come i miei coetanei e vivere quelli che tutti chiamano gli anni più belli della vita. Volevo prendere il diploma di fotografia, uscire la sera con i miei amici a San Lorenzo, partire ad agosto anche solo per qualche giorno. Volevo semplicemente continuare la mia vita. Poi una sera sono uscita di casa con i miei amici e quando sono tornata non sapevo più se avrei potuto rivedere le mie cose».
Come tutti gli altri abitanti di Spin Time anche Sara è rimasta senza casa e ora, dopo che Investire Sgr ha rifiutato l’accordo ponte proposto dal Comune di Roma, le sarà assegnato un alloggio temporaneo.
«Dietro quella porta rossa ci sono 13 anni della mia vita. Ci sono le mie foto, i miei libri, la mia stanza, la mia bacheca con tutti i miei ricordi appesi. C’è tutta la vita di una ragazza. E poi mi sono ritrovata accompagnata dai soldatini del governo dentro casa mia, con 10, forse 15 minuti, per prendere due vestiti e quello che riuscivo a portare via. Ma come faccio a scegliere cosa mi serve? È mia quella roba. Rivoglio tutta la mia vita. Per voi magari non ha nessun valore, ma per me ha tutto il valore possibile». Nelle sue parole si legge tutta la disperazione di una ragazza che si trova con la vita spezzata.
«Io non so ancora cosa mi hanno fatto. Non credo che nessuno abbia veramente metabolizzato quello che è successo. Non so se preoccuparmi del mio passato, rimasto bloccato dietro quella porta, o del mio futuro. Non so dove trovare la forza di andare avanti, di concentrarmi sull’università, su quello che verrà. Perché adesso il futuro non lo vedo più».
E, continua nello sfogo che ha deciso di rendere pubblico «non so nemmeno dove mettere tutta questa rabbia. Contro chi devo essere arrabbiata? Contro il governo? Contro il capitalismo? Come se prima non mi facessero già schifo. Solo che adesso è come se mi avessero anche calpestata».
Sara parla «al singolare perché posso parlare di quello che provo io, ma insieme a me ci sono altre centinaia di persone che stanno vivendo tutto questo e che magari stanno reagendo in modo ancora più doloroso». Il suo sguardo è anche rivolto alle altre parti del mondo, a chi si trova a vivere tra le macerie della guerra.
«E lo so che esistono situazioni peggiori della mia. Potevo nascere in guerra, potevo essere una bambina in Palestina. Non voglio mettere il mio dolore sullo stesso piano di quello di chi vive una guerra. So di non aver vissuto neanche un briciolo di quello che vivono quelle persone. Ma è proprio questo che mi fa paura». Perché perdere tutti quelli che erano stati i punti di riferimento, per una ragazza cresciuta nel quartiere Esquilino, spaventa.
«Qualche giorno fa potevo solo immaginare cosa significasse perdere la propria casa. Adesso ho provato, anche solo in minima parte, cosa significa non sapere più dove appartieni. E io sono devastata. Penso a quanto poco ho dovuto vivere per sentirmi così e penso a chi vive tutto questo ogni giorno, in maniera infinitamente peggiore». E continua: «Probabilmente la maggior parte dei miei coetanei non leggerà neanche questo testo. E forse non cambierà niente».
Poi l’appello: «Io però vorrei solo che le persone che ho conosciuto in questi anni, a scuola, nella vita, fuori da Spin Time, riuscissero per un momento a sentire quello che sto vivendo. Non immaginarlo. Sentirlo. Vorrei che questo testo gli desse almeno un brivido. Un brivido soltanto, abbastanza per affacciarsi per un secondo a quello che è successo e a quello che sta succedendo. Perché io non ho più speranza da raccontare. Ho solo rabbia, dolore e disperazione. E il bisogno che qualcuno ascolti».
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