Le autorità hanno limitato le attività il sabato e la domenica «perché non possiamo disturbare gli aperitivi triestini», denuncia Lara Cavalli, attivista della rete dei Fornelli resistenti: «Una decisione indegna». L’escalation contro il presidio di cura per le persone che arrivano dalla rotta balcanica: odio sui social, restrizione delle attività, la promessa del sindaco di recintare la piazza
Trieste come laboratorio di repressione delle migrazioni. Così le realtà che si occupano di accoglienza, per chi arriva dalla rotta balcanica, descrivono le politiche dell’amministrazione e della questura in città. «È un’escalation», dice Lara Cavalli, attivista della rete dei Fornelli resistenti, iniziata lo scorso settembre e che sta raggiungendo livelli sempre più alti in vista delle elezioni comunali e politiche.
Da un crescendo di odio, soprattutto sui social, a minacce verbali e ronde neofasciste in piazza della Libertà, lì dove da sette anni l’associazione Linea d’Ombra di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi e la rete dei Fornelli resistenti organizzano un presidio di cura, medicando e offrendo un pasto caldo alle persone in movimento. Poi, la promessa del sindaco di recintare la piazza, con più di un milione di euro stanziati, e la limitazione delle attività.
L’ultima restrizione è del 14 ottobre, quando la Questura ha vietato alle associazioni l’assistenza in piazza Libertà il sabato e la domenica. «Perché non possiamo disturbare gli aperitivi triestini», commenta Cavalli, che ritiene la decisione «indegna». Soprattutto considerando gli arrivi degli ultimi giorni: tra gli altri, giovedì sera è arrivata una famiglia curda con tre bambini piccoli, la sera prima un’altra famiglia con un bambino di due anni, mentre martedì una famiglia palestinese con quattro minori. «Cosa sta succedendo in questo paese se cominciamo a negare il cibo agli affamati?», chiede Cavalli.
Il riferimento alla vita serale di svago della città emerge proprio dalle parole della questura che fa riferimento alla «necessità di prevenire ogni eventuale turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica al fine di garantire il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento, svago, di libera circolazione e delle iniziative economiche che interessano capillarmente questo centro cittadino».
Trieste, laboratorio
Per Cavalli la città, una delle porte d’ingresso del nostro paese, è simbolo della repressione della migrazione: da un lato, ricorda «le azioni contro chi cerca di fare della solidarietà un atto politico». Come il polverone politico innalzato a seguito di una gita scolastica in piazza Libertà, per far conoscere ai bambini e alle bambine cosa significa percorrere la rotta balcanica, che ha visto addirittura l’intervento del ministero dell’Istruzione.
Dall’altro, una sorta di «soft violence», cioè una violenza meno visibile contro le persone in movimento. Ne è un esempio, spiega l’attivista, il continuo rinvio degli appuntamenti in questura per la richiesta di asilo, così come la chiusura degli spazi di accoglienza: «Per le persone rimane solo la strada. Ora a Trieste sono circa 150 le persone abbandonate».
Non sono eventi casuali. «Tutto questo è voluto», continua Cavalli, «si sono volute creare le condizioni per arrivare a uno scontro violento». Come la mancata risposta del Prefetto alla lettera inviata dalle reti che lavorano in piazza, e firmata da più di 6mila cittadini, con cui chiedevano – dopo intimidazioni e aggressioni – di non autorizzare quelle che i militanti di Forza Nuova chiamano “passeggiate per la sicurezza”.
La questura ha poi imposto alle realtà solidali un orario diverso da quello garantito da sette anni, dalle 18 alle 20, e non più dalle 19 alle 22. Quest’ultimo, quello scelto da Linea d’Ombra, è un orario compatibile anche con l’impegno lavorativo degli attivisti: tre ore in cui – spiega Cavalli – curare le ferite, fornire giubbotti quando disponibili, offrire un pasto e una bevanda calda. Violare i divieti della questura, significa rischiare l’arresto fino a tre mesi e un’ammenda.
«Noi ci siamo ogni giorno, da sette anni, da lunedì a lunedì», sottolinea l’attivista, «compresi i festivi». Ma negli ultimi mesi denuncia una pressione da parte delle forze dell’ordine che, anche dopo soli dieci minuti dall’orario di fine, si presentano numerose in piazza per controllare i documenti dei presenti.
Per molto tempo le reti di solidarietà sono state funzionali a una politica che non era in grado di occuparsi dell’accoglienza. Oggi, invece, il clima non è più così disteso. «Il nostro credo comune – conclude Cavalli – rimane contrastare lo Stato che impedisce a queste persone, attraverso i confini, il diritto alla vita. E rivendicare per loro il diritto a cercare la felicità dove vogliono».
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