Suo padre e il decreto sul tetto del 30 per cento di alunni stranieri in classe gli chiedono la stessa cosa: sta’ al posto che ti abbiamo assegnato. Il problema dunque sono gli adulti, non gli adolescenti. Perché l'adolescenza oggi non è una tappa della vita, è una vita tappata dagli adulti
Durante l'intervallo, Aziz mi si avvicina balbettando: «Prof se-se-se-condo lei Aziz è pa-pa-pazzo?» Lo guardo. Capisco che non mi sta prendendo in giro. «Chi te lo ha detto, Aziz?» «Mi-mi-o pa-pa-padre pensa che Aziz è pa-pa-pazzo perché ancora pi-pi-piccolo uomo».
Le spalle di Aziz si contraggono: preoccupato da tutto e, fuori dal tutto, accigliato. I capelli neri spumosi fuori dalle mode nel tentativo sbagliato e dentro la moda, gli occhi nocciola di una disperata vitalità, i vestiti da mercato rionale che scimmiottano qualche frase di Tupac Shakur. Aziz viene dalla Guinea, ha quindici anni, è alto un metro e ottanta, pesa novanta chili e quando parla di sé usa la terza persona. Con sguardo sornione rispondo: «Pe-pe-penso che ne-ne-nessuno è no-no-normale!» «Ahahah! Prof, lei è il mio fratello n****!» Aziz «dabba» come Bello Figo e torna a giocare con i compagni.
La domanda di Aziz mi ha fatto pensare molto. Per suo padre l'adolescenza è «essere un piccolo uomo»: versione brutale di «sei troppo piccolo, non sai niente della vita». Aziz e suo padre non si capiscono, e non è solo una questione di lingua. Aziz è la dimostrazione di che cosa sia essere un buon musulmano: per questo non deve fare domande, per questo non può decidere. Fuori da casa, invece, gli viene chiesto di essere esattamente ciò che a casa gli è proibito. In mezzo, resta la terza persona «Aziz è pazzo? Cioè il solo modo che ha trovato per parlare di sé da una posizione che non è né qui né là.
Il sociologo francese Abdelmalek Sayad chiamava «doppia assenza» questa condizione (La doppia assenza, Raffaello Cortina, 2002). Emigrare e immigrare, scriveva, sono le due facce dello stesso fatto: si è assenti dal paese che si è lasciato, dove si resta qualcuno che prima o poi tornerà, e mai del tutto presenti in quello in cui si vive, dove la presenza deve giustificarsi di continuo con il lavoro, con l'utilità, con la buona condotta. È il provvisorio che dura: una condizione temporanea che si eredita, e che lo sguardo dello Stato conferma ogni volta che ci conta separando chi è di qui da chi non lo è.
Aziz porta questa condizione a un grado ulteriore, perché lui non è emigrato: è nato qui. Il «là» non è un paese in cui tornare, è il racconto dei suoi genitori, e il «qui» continua a chiedergli le credenziali di una presenza che non ha mai interrotto. Forse è per questo che dice «Aziz» invece di «io»: ha imparato a parlare di sé come di qualcuno di cui parlano gli altri. Un’identità mitragliata.
Eppure Aziz dice più di una mancanza: mostra il punto in cui l'appartenenza a due mondi, invece di spezzarsi in due metà difettose, diventa forza creativa. Ed è su questo che gli insegnanti che si dichiarano adulti devono affrontare. Quante volte, ai colloqui docenti, ho sentito: «È una vita incasinata la loro». «Io alla sua età, altro che», «Son ragazzi», «È l’adolescenza».
Ma che cos'è questa adolescenza? Non è forse una parola che abusiamo per classificare, squalificare, umiliare senza accorgercene, e che riappare ogni volta che si annuncia la catastrofe che sia di cronaca nera o di dibattito politico. L'adolescenza in fin dei conti è una costruzione: un insieme di segni e definizioni che poco hanno a che fare con il reale, e che serve a noi adulti più che a loro. Lo psicologo Robert Epstein (The Case Against Adolescence, Quill Driver Books, 2007) e il sociologo Stefano Laffi (La congiura contro i giovani, Feltrinelli, 2014) mostrano come fabbrichiamo questa adolescenza impedendo ai teenager di comportarsi da adulti: li facciamo vivere tra loro, isolati, prendendosi a modello l'uno con l'altro.
Lo psicoanalista Daniel Roy, chiudendo la terza giornata dell'Istituto psicoanalitico del Bambino (Parigi, 21 marzo 2015; ora in «Protection de l'adolescence», Après l'enfance, Navarin, 2017), osserva che la domanda dell'Altro familiare e scolastico arriva come un imperativo tirannico, mentre in nome della protezione moltiplichiamo le regole.
Aziz sta al crocevia di queste due costruzioni: l'adolescente e lo straniero. Il tetto del 30 per cento è l'ultima versione dello stesso gesto: contare i corpi per non ascoltare i desideri di questi ragazzi. Suo padre e il decreto gli chiedono la stessa cosa: sta' al posto che ti abbiamo assegnato. Il problema dunque sono gli adulti, non gli adolescenti. Perché l'adolescenza oggi non è una tappa della vita, è una vita tappata dagli adulti.
Non esistono adolescenti: esistono adolescenti in rapporto agli adulti, dove rapporto non significa solo confronto di posizioni, ma tentativo mai dismesso di capire ciò che nell'adolescente invoca la nostra disponibilità alla trasformazione. È questa la sfida della scuola, e nessuna soglia percentuale la sostituirà: accettare il mondo dell'alterità e farlo proprio, sciogliere i doppi legami educativi per costruirne di nuovi, dare un senso ai desideri. Solo così la doppia assenza di Aziz può diventare una doppia presenza. Saremo capaci di trasformarci con loro e diventare, finalmente, grandi uomini?
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