In via Santa Croce di Gerusalemme, già ribattezzata via della Resistenza, sabato 14 agosto l’ex giocatore della Roma si è unito all’Esquilino Football Club per la Coppa di Ferragosto. A rincorrere il pallone ci sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze
Le porte sono improvvisate, ma sono porte vere, di quelle che monti e puoi piazzare ovunque. Il terreno di gioco è invece d’asfalto. Le tribune sono dei palazzi, il bordocampo è fatto di grandi platani con la loro ombra benedetta. L’hydration break è al nasone lì accanto. A rincorrere il pallone ci sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze, difficile contarli tutti. Siamo alla vigilia del 15 agosto e la competizione non può che chiamarsi Coppa Ferragosto. Gli schieramenti sono automatici: Roma ’82 contro Esquilino Football Club. Anche se poi le squadre si mescolano, si cambiano, chi arriva può entrare anche senza quarto uomo. «Può giocare chiunque, maschi e femmine, grandi e piccoli» dice Giovanni Castagno, che dell’Esquilino è presidente e allenatore. Siamo a Roma, in via Santa Croce di Gerusalemme, già ribattezzata via della Resistenza, Piazzale Spin Time.
«Noi siamo qui da sempre, tutti i giorni siamo stati vicini a questa situazione perché ci tocca da vicino: molti dei bambini che frequentano la nostra scuola calcio vivono a Spin Time – ci racconta mister Castagno, che oltre a essere allenatore è anche docente e scrittore – molti dei bambini che fanno parte dei nostri gruppi non hanno più una casa, per noi è stato automatico attivarci, mettere a disposizione il cortile della scuola Di Donato, portare i nostri materiali, le porte, i palloni, i birilli, allestire i campetti, fare in modo che almeno nel corso di questi giorni, in alcune parti della giornata, potessero avere un momento per divertirsi, per giocare, per non pensare a quello che ci sta succedendo».
Lo Spin Time, cantiere di rigenerazione urbana, è in presidio permanente dal 30 luglio, da quando gli abitanti sono stati evacuati dopo un principio d’incendio. Da quel giorno si susseguono le iniziative, le raccolte di generi di prima necessità, i dibattiti, le proiezioni, i concerti. Per tenere accesa la luce, per far sentire la propria voce. Oltre le tende e i gazebo, intanto, si continua a giocare. In campo, oltre alle maglie dell’Esquilino, c’è un Lamine Yamal, una Dybala, anche un Kobe Bryant, perché non esistono confini. Tra loro c’è anche Ubaldo Righetti, difensore della Roma campione d’Italia nel 1983, oggi Consigliere Comunale dell’assemblea capitolina. «Un conto è sentire le notizie, leggerle sul giornale, un altro è viverle sul posto – ci spiega – e ti rendi conto che c’è grande animo, c’è grande dignità. Oggi siamo qui per condividere un momento di gioia, di sport, perché lo sport unisce. Soprattutto il calcio, una disciplina che puoi giocare ovunque: in due contro due, in dieci, in venti. Per strada, in un parco, su un marciapiede».
Parlare di Spin Time, infatti, vuol dire parlare di spazi. Abitativi, sociali, culturali. Anche sportivi. L’ACoS, Agenzia per il controllo e la qualità dei Servizi Pubblici di Roma Capitale, ha censito lo scorso anno 2.258 impianti sportivi sul territorio cittadino, 82 ogni 100.000 abitanti, all’interno di una regione che è ultima in Italia per percentuale di impianti sportivi pubblici attivi (57 per cento, media nazionale del 70 per cento. Dati del Rapporto Sport 2025 di Sport e Salute). Una ricerca del 2025 di ConfCommercio Roma ha evidenziato che il 90,7 per cento dei cittadini romani rileva almeno una criticità nell’offerta sportiva locale, tra queste soprattutto costo elevato dei servizi, scarsa presenza di spazi pubblici e gratuiti e stato di manutenzione carente. «Giocare per le strade vuol dire che le città sono sempre di più disegnate e progettate per allontanare le persone dai luoghi pubblici e rinchiuderle in quelli privati – continua Giovanni Castagno, che di spazi, inclusione ed educazione ha parlato anche nel suo libro Il gioco più bello, edito da Officine Pedagogiche – gli spazi per fare sport in questo territorio sono diminuiti e quelli che ci sono sono a pagamento. Se ci interessa la questione più specifica del calcio poi, della sua crisi e delle sue problematiche, è evidente che lì troviamo delle risposte».
Parole a cui fanno eco quelle di Enrico Zanchini, Commissario Tecnico della Nazionale Crazy for Football, la Nazionale italiana calcio a 5 di persone con problemi di salute mentale, anche lui sul campo d’asfalto dello Spin Time per portare solidarietà, aiuto, testimonianza: «C’è un enorme tema degli spazi in questa città. Spazi che, secondo me, dovrebbero essere assegnati a chi li valorizza, a chi li vive, a chi li ama, a chi li fa crescere. Questa è un’emergenza abitativa in primis ma per me, che mi occupo di calcio, questo riguarda anche l’impiantistica sportiva. Ci sono troppi campi abbandonati, troppi centri sportivi inutilizzati o non a norma. Purtroppo, spesso in questa città si mettono prima interessi diversi, anche quando questi interessi abbandonano e non curano».
Sono queste le parole chiave per capire l’esperienza di Spin Time e delle persone che la animano: spazi di cura e non di abbandono. Spazi di incontro, di condivisione, di scambio. Un concetto diverso di abitare e di vivere la città, in termini di accessibilità, di partecipazione, di inclusione, di diritti. Anche allo sport e quindi alla salute. «Tutte categorie che dovrebbero far parte delle nostre coordinate di cittadini, al di là dei nostri schieramenti, dei nostri colori politici – conclude Giovanni Castagno – allora dovremmo rimanere basiti del fatto che le iniziative che noi cerchiamo di portare avanti in questo territorio siano così isolate, che sia così difficile creare una controtendenza, che mettere due porte in un pezzo di prato sia quasi un crimine. Perché allora vuol dire che veramente la partita è molto, molto complicata».
Intanto l’altra partita, quella per strada, è finita. Il risultato è pari, inizia la lotteria dei calci di rigore. Ma chi ha vinto non conta, la medaglia al collo la prendono tutti. Gli ultimi abbracci, gli ultimi tiri, le foto di rito, l’appuntamento sempre qui, sabato prossimo. Poi via, tutti a casa. Anzi no: perché qualcuno una casa non ce l’ha più.
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