Una detenuta di 32 anni di origini venete si è tolta la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Venezia La Giudecca nella notte tra il 14 e il 15 febbraio. Soccorsa ancora in vita, è stata trasportata in ospedale da personale del 118 intervenuto, ma è deceduta poco dopo.

Nonostante il tempestivo intervento e il trasporto d’urgenza in ospedale da parte del personale del 118, la giovane è deceduta poco dopo l’arrivo nella struttura sanitaria. La vittima, con un passato segnato dalla tossicodipendenza, risultava inserita in un percorso di reinserimento lavorativo.

«È l'ottava morte autoinferta - sottolinea Gennarino De Fazio, segretario della UilPa Polizia Penitenziaria - dietro le sbarre dall'inizio dell'anno, in un sistema penitenziario che oltre alla libertà, evidentemente, toglie ogni speranza». Il sindacalista segnala inoltre «disordini e tensioni» alla Casa Circondariale di Busto Arsizio «dove la situazione è rientrata grazie all'opera della Polizia penitenziaria intervenuta con agenti richiamati mentre erano fuori servizio».

Per De Fazio «urge una svolta. Fra tutti i decreti sicurezza, di cui ormai si è perso il conto, serve un vero decreto carceri, non come quello in buona parte bocciato dalla Consulta, per deflazionare la densità detentiva, potenziare concretamente gli organici della Polizia penitenziaria, garantire l'assistenza sanitaria, ammodernare le strutture e avviare riforme complessive».

Un’emergenza che ha già toccato da vicino il territorio veneto con i recenti drammi avvenuti a Padova, dove un settantaquattrenne e un secondo detenuto si sono tolti la vita nel giro di sole 36 ore presso la casa di reclusione Due Palazzi.

I dati forniti dal sindacato descrivono una situazione di forte pressione: negli istituti italiani si contano circa 18mila reclusi oltre la capienza regolamentare. Parallelamente, la polizia penitenziaria registra una carenza di circa 20mila unità rispetto al fabbisogno necessario per garantire la sicurezza e l’assistenza. Il sovraffollamento e la scarsità di personale rendono complesso il monitoraggio costante dei soggetti a rischio.

Per arginare la serie di decessi, la sigla sindacale sollecita un decreto carceri volto a una riforma strutturale del comparto. Le priorità indicate riguardano la deflazione della densità detentiva, il potenziamento degli organici e il miglioramento dell’assistenza sanitaria interna. De Fazio ha ribadito la necessità di interventi immediati per l’ammodernamento delle strutture, definendo indispensabile un cambio di rotta rispetto alle attuali politiche di gestione penitenziaria.

Il Coordinamento nazionale dirigenti penitenziari di diritto pubblico in merito ai fatti di Venezia ha chiesto al governo «un incremento sostanziale del monte ore per gli esperti psicologi e criminologi già ingaggiati; una programmazione finanziaria per la loro presenza l'intero arco dell'anno e il rafforzamento complessivo dell'area trattamentale per una vera presa in carico che non lasci soli operatori e polizia penitenziaria».

Il Coordinamento distingue psicologi e personale sanitario gestiti dalle asl con compiti clinici e di gestione, in particolare, dei «nuovi giunti», dalle figure «gestite direttamente dalla amministrazione penitenziaria (psicologi e criminologi)» che alle prime si affiancano. Queste ultime, «figure cardine dell'ordinamento penitenziario», oggi «dispongono di sole 6 ore settimanali, a fronte di un numero sempre più elevato di persone detenute».

Una situazione che «si riverbera drammaticamente» anche sugli «stessi operatori penitenziari e sulla polizia penitenziaria». «Le persone - conclude Sbriglia - non sono oggetti che si ripongono nelle scatole, blindate o meno che siano».

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