Grazie allo spettacolo Il tunnel dei sogni, i condannati della Casa circondariale raccontano la quotidianità in cella, tra sovraffollamento e solitudine. E invitano a riflettere sul modo in cui lo stato esercita il potere di punire
«Non siamo attori. Non siamo numeri. Non siamo quello che è stato delle nostre vite. Siamo qui, adesso. Siamo persone come tutti». Con queste parole, che si sentono senza vedere chi le pronuncia, è iniziato Il tunnel dei sogni, il 4 febbraio al teatro libero della Casa circondariale di Rebibbia nuovo complesso, nella periferia di Roma, verso nord-est. Una mise en scene firmata e interpretata dal gruppo Libere Bolle che ha trasformato immagini e parole in un’esperienza scenica sulla realtà del carcere, sulla quotidianità che decine di migliaia di detenuti vivono, ogni giorno identica a sé stessa nonostante lo scorrere del tempo.
Liberamente tratto dal libro I volti della povertà in carcere di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero – edito da Edb, che raccoglie le voci e le fotografie di uomini e donne del carcere di San Vittore – lo spettacolo ha permesso ai detenuti di Rebibbia di raccontare la loro esistenza, senza filtri. Tra ferite, ricordi, sogni, speranze e una realtà di frequente asfissiante.
Il palcoscenico è diventato un luogo d’espressione delle interiorità e di condivisione di vissuti. Tutto il teatro un contenitore pieno di emozioni che si sono sovrapposte, scacciate a vicenda e trasformate ogni volta che il buio ha segnato la fine di una scena, generando, per oltre 40 minuti, una relazione tra pubblico e protagonisti, tra il dentro della prigione e il fuori, impossibile da concepire per chi è abituato a pensare che siano due mondi separati. Uno scambio che non è servito solo ai detenuti per raccontarsi, ma anche agli altri a comprendere la fragilità del confine tra libertà e reclusione.
Vita dentro
«A volte i pensieri scappano dalle mani e la mente va fuori, in posti che non ho mai visto. Sogno di tornare indietro, di cambiare il passato, di perdonarmi e perdonare», dice, ad esempio, Paolo, per provare a spiegare a chi non l’ha mai vissuto quanta forza ci voglia, quanto coraggio, per guardare avanti, quando la vita è dentro una cella e dal futuro non si sa che aspettare.
Alla sue spalle Fabio e Manuel preparano il pranzo, a uno piace mangiare, a l’altro cucinare, spiegano. Così sono diventati amici e si arrangiano come possono per preparare gli anelletti – che Manuel si fa spedire da casa – alla siciliana. Senza forno, ma grazie un cappuccio di alluminio sopra i fornelli a gas riescono lo stesso, e sembrano felici per un momento.
Il pubblico applaude, forte. È molto caloroso. C’è perfino chi dal fondo della platea grida, fischia, batte i piedi sul pavimento. Vengono subito soprannominati «quelli della Curva sud» e sono entusiasti. Si scambiano sguardi di intesa con i detenuti, saluti e promesse di abbracciarsi quanto prima. Negli occhi degli attori si legge l’orgoglio di essere sulla scena e anche quel lieve imbarazzo che arrecano i complimenti in chi non più abituato a essere protagonista, come succede quando la voce trema anche senza volerlo e le parole non vengono fluide.
«Sono un albero diverso perché sono cresciuto in una terra arida, vorrei anche io avere le foglie verdi come gli altri», recita Jason per trasmettere a chi ascolta la fatica che ci vuole a non arrendersi quando ci si sente soli e sbagliati. «In carcere ho capito che la libertà non è solo uscire da quel cancello», spiega, invece, Aboubakar: «È nella testa. Quando vedo i giovani arrivare qui a mi chiedo come fanno ad andare avanti. Anche se hanno sbagliato chi insegna loro come costruire il futuro?», si chiede ad alta voce mentre riporta in scena una chiacchierata tra detenuti che si tirano sul il morale a vicenda.
Su che cosa sia la dignità riflette, invece, Vincenzo. È in carcere da 24 anni, racconta: «Col tempo il peso della galera si alleggerisce, cresce invece quello della dignità, così ho cercato il suo vero significato. È un termine di valore, dell’essere umano: è un valore che tutti gli essere umani hanno per il solo fatto di essere umani», ricorda a tutti, per sottolineare che la dignità è costitutiva e inviolabile, o almeno così dovrebbe essere.
Il rispetto della dignità
Finita la mise en scene cala il sipario e inizia il dibattito. I detenuti in jeans e camicia bianca da un lato a fare domande, dall’altro lato del palco, pronti a rispondere, gli ospiti invitati per la discussione, non solo sulla condizione delle carceri in Italia ma anche sull’importanza di dare vita a progetti come Il tunnel dei sogni. Necessari per ricordare che gli spazi di socialità sono indispensabili per rispettare la dignità di ogni essere umano. E anche che il modo in cui lo stato esercita il potere di punire dopo la condanna è esplicativo del modello di società in cui si vive e deve essere oggetto di riflessione.
Nessuna persona può essere ridotta al reato che ha commesso, «uno strappo molto grande alla società, certo. Ma ognuno di noi è molto di più», dice Marina Finiti, presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma dopo aver ribadito che, come scritto nell’articolo 27 della Costituzione, le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Presenti durante i talk che hanno seguito lo spettacolo anche Maria Donata Iannantuono, direttrice della Casa Circondariale di Rebibbia che dopo aver parlato della condizione di sovraffollamento in cui si trova il carcere ha riflettuto sull’importanza del confronto con i detenuti e sulle difficoltà del gestire una struttura complessa come Rebibbia. Giacinto Siciliano, Provveditore regionale di Lazio, Abruzzo e Molise, Paolo Impagliazzo, Segretario generale della comunità di Sant’Egidio, Massimiliano Menichetti, vicedirettore editoriale dei media vaticani, Monsignor Marco Gnavi, parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere, Don Davide Banzato, attivo nel sociale con l’associazione Nuovi Orizzonti, lo chef Alessandro Circiello, l’attrice Claudia Potenza che con Gabriele, uno dei detenuti, ha messo in scena un dialogo tra madre e figlio estratto dal Gabbiano di Anton Čechov, al termine del quale entrambi sono rimasti senza parole per l’emozione.
E Nek, Filippo Neviani, che cantando live i suoi brani più conosciuti ha portato sul palco del teatro libero della Casa circondariale Rebibbia un’ulteriore dimostrazione di quanto possa essere salvifico il potere dell’arte.
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