Tra il 24 e il 27 agosto 1944 Vinca, piccolo borgo della Lunigiana ai piedi delle Alpi Apuane, venne attraversata dalla morte. Reparti delle SS, guidati dal maggiore Walter Reder e affiancati dai fascisti della Brigata Nera “Mussolini” di Carrara, uccisero 162 persone, in gran parte donne, bambini e anziani.

Per quattro giorni consecutivi - e questa è una particolarità rispetto ad altri eccidi - le vittime furono cercate nelle case, nei boschi e nelle grotte. Come racconta uno dei sopravvissuti, i rastrellatori giravano «tutti i posti, come a cercare le lumache». Il paese fu saccheggiato e incendiato. Una strage fascista, non soltanto nazista: un dettaglio che a Vinca non è mai stato dimenticato. Perché i più crudeli furono proprio i Mai morti, i fascisti che parlavano il dialetto “carrarino”.

Su quei giorni esiste una ricostruzione storica ampia e documentata. Paolo Pezzino è tornato quest’anno su Vinca insieme a Marco De Paolis nel volume Le stragi sulle Apuane. Bardine di San Terenzo, Valla, Vinca, ricostruendo eventi, responsabilità e vicende giudiziarie.

Il festival

Ma la memoria non può fermarsi qui. Ottantadue anni dopo, a Vinca il problema non è soltanto ricordare chi è morto, ma capire come far vivere il paese. Nel dopoguerra aveva quasi mille abitanti. Oggi ne restano poche decine, in gran parte anziani. Come molte aree interne italiane, Vinca ha conosciuto spopolamento, rarefazione dei servizi, emigrazione giovanile. Il rischio è una doppia scomparsa: quella della comunità e della memoria di cui è portatrice.

Per questo il festival artistico “Vincanta – La memoria che resiste” è un’esperienza interessante. Nato nel 2023 da un’intuizione del regista e poeta Michelangelo Ricci, dal lavoro creativo degli artisti del Teatro dell’Assedio, dalla collaborazione con gli abitanti e il comune di Fivizzano, torna quest’anno dal 21 al 23 agosto con la quarta edizione. A precederla, il 13 agosto, c’è stata la proiezione del film La Dea di Pietra, diretto da Ricci, che ricostruisce la storia dell’eccidio. Teatro, musica, installazioni e percorsi nel borgo coinvolgono artisti, studiosi, giovani creativi, visitatori e comunità locale. Non semplici spettatori davanti a un monumento, ma persone che attraversano i luoghi e costruiscono insieme un significato del passato.

Uno studio del Cnr-ISMed di Elisa Di Giovanni e Giovanni Lombardi, dedicato a Vincanta, usa un’espressione efficace: «Memoria attiva». La distingue da una memoria puramente museale. A Vinca il ricordo e i racconti dei sopravvissuti si trasformano in uno scambio tra generazioni. Il passato traumatico non viene messo in vetrina: diventa una risorsa civile, capace di creare dialogo, fiducia e nuove relazioni. È questo il punto politicamente più interessante.

L’antifascismo rischia di indebolirsi quando diventa soltanto una liturgia istituzionale, un calendario di ricorrenze, una memoria separata dalla vita quotidiana. Non perché le commemorazioni non servano: servono eccome. Ma diventano più forti se parlano alle generazioni che non hanno avuto contatto diretto con la guerra e la Resistenza. La memoria resiste se viene trasmessa; e si trasmette davvero quando produce domande sul presente.

Il ruolo degli amministratori

C’è poi una seconda lezione. La cultura può essere anche una politica di sviluppo per i territori marginali. Il Cnr osserva che eventi come Vincanta possono generare visitatori, rafforzare reti locali, riattivare spazi abbandonati e sostenere piccole economie legate all’accoglienza e ai prodotti del territorio. Ma un festival, da solo, non basta. A Vinca perfino la continuità e la qualità di alcuni servizi essenziali appaiono fragili, a cominciare da una raccolta dei rifiuti adeguata, soprattutto quando aumentano presenze e visitatori.

È su questo terreno che si misura la responsabilità delle istituzioni. Le iniziative dal basso possono mobilitare una comunità, ma hanno bisogno anche di servizi e risorse pubbliche. Agli amministratori spetta creare le condizioni perché mettano radici e durino nel tempo.

Vinca, dunque, non deve diventare il museo della propria tragedia. Può diventare un laboratorio di memoria antifascista e, insieme, di rigenerazione. Un paese abitato soprattutto da anziani, ma che nei mesi estivi richiama giovani, artisti e turismo civile, non sta soltanto ricordando il passato: sta provando a tessere un filo che unisce la memoria al presente e al futuro di una comunità viva, fatta di abitanti e visitatori.

Forse è questo il modo più coerente di onorare chi, nell’agosto del 1944, cercò di cancellarla: fare in modo che Vinca continui a vivere.

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