Il ministero ha presentato il regolamento che consentirà ai detenuti non pericolosi ma senza un domicilio di scontare in strutture di comunità gli ultimi otto mesi di detenzione. Lo strumento, subordinato al sì del magistrato di sorveglianza, dovrebbe entrare in funzione a settembre. Per ora, però, hanno presentato manifestazione di interesse solo sette strutture
«Un mondo nuovo di detenzione non carcerocentrica, ma nemmeno indulgenziale in modo acritico», così il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha presentato il progetto di nuove strutture residenziali per i detenuti che rientra nel sistema delle misure alternative.
In altre parole, si tratta di un nuovo percorso a disposizione dei detenuti che non hanno un domicilio fuori dal carcere, che non sono stati condannati per reati non ostativi, con alle spalle un percorso detentivo con buona condotta e con gli ultimi otto mesi da scontare.
Il senso è quello di risolvere il problema di individuare per loro un domicilio idoneo dove poter trascorrere gli ultimi otto mesi di pena, «rieducandolo e instradandolo verso un lavoro», così da ridurre la recidiva. Per farlo, il ministero ha attivato un bando per strutture residenziali con i requisiti idonei, che potranno diventare luoghi dove scontare una sorta di «detenzione attenuata» in vista del reinserimento sociale.
La platea e i tempi
La platea degli idonei alla misura è idealmente, secondo il ministero, di 2500-3000 detenuti «non pericolosi che non hanno un domicilio», che potranno fare istanza tramite al loro avvocato e la decisione finale sull’accoglimento spetterà alla magistratura di sorveglianza.
Quanto ai tempi, negli auspici ministeriali da settembre le prime strutture dovrebbero diventare operative dopo la rigida selezione. Le strutture, infatti, devono garantire un’accoglienza residenziale funzionale all'esecuzione di misure penali, devono disporre di percorsi di reinserimento sociale e devono avere idonee condizioni igenico-sanitarie.
Alla procedura possono partecipare anche gli enti del terzo settore, come per esempio la Caritas diocesana.
Le incognite
Il progetto presenta però anche una serie di incognite ancora non risolte. La prima: il numero dei posti. Ad oggi hanno presentato una manifestazione di interesse sette strutture in tutta Italia, che andranno vagliate dal ministero. Il termine rimane sempre aperto e quindi l’elenco delle strutture verrà aggiornato costantemente, ma ad ora la richiesta sembra piuttosto ridotta. Il ministero non ha fornito numeri sui posti astrattamente disponibili in queste prime strutture, ma certamente l’avvio del regolamento non consentirà di avere posti sufficienti a tutti i potenziali fruitori.
Questo rischia di diventare il punto, un po’ come con i braccialetti elettronici: il magistrato di sorveglianza dovrà acconsentire alla misura, ma il suo accoglimento sarà necessariamente subordinato alla disponibilità di un posto nella struttura, altrimenti il detenuto rimarrà in carcere. «Si tratta di una conditio sine qua non», ha confermato Nordio.
Altra incognita sono i costi. «L’ammontare degli oneri non è predeterminato nell’ambito dell’avviso pubblico» ma «sarà reso noto successivamente in sede di stipula della convenzione», si legge nella documentazione ministeriale. In altre parole, non è ancora determinato un costo minimo per ogni detenuto che sconterà in struttura gli ultimi mesi di detenzione.
La via dunque è tracciata a livello normativo, con il regolamento definitivo e le procedure per l’istituzione di queste strutture. La questione è quando il sistema davvero entrerà a regime, permettendo a questa platea potenziale – pur piccola rispetto ai 64mila detenuti oggi nelle carceri sovraffollate – di usufruire di questo percorso alternativo.
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