«Davvero possiamo dire che siamo sull’orlo di un baratro», denuncia la redazione di Radio Rebibbia / Jailhouse Rock. Hanno tolto il diritto di protesta e, aggiungono, anche «il diritto di parlare, dandoci come regalo un infiltrato, che fingerà di essere un detenuto». Ai detenuti e alle detenute «non rassegniamoci, riempiamo i tribunali di esposti», ai parlamentari di non dare «tregua ai ministri che decidono le nostre sorti. Prima del disastro»
«Sbaglia chi pensa che una definizione ripetuta tante volte perda valore. Non è così, non è così a Rebibbia: la situazione qui da noi e nelle altre carceri è esplosiva. Sempre più esplosiva». Inizia così la lettera aperta dei detenuti e redattori di Radio Rebibbia / Jailhouse Rock che conoscono bene il significato delle parole: «E davvero possiamo dire che siamo sull’orlo di un baratro».
L’orlo si è visto pochi giorni fa, quando alcune persone private della libertà hanno dato vita a una protesta bruciando materassi. «Chi si trovava nel reparto G12 sa bene che si è evitato un disastro più grande», scrivono i redattori, «grazie soprattutto alla prontezza e all’altruismo dei detenuti subito accorsi ad aiutare gli assistenti di polizia penitenziaria. Pochi, questi ultimi, drammaticamente pochi. E costretti a turni massacranti».
Nel penitenziario di Rebibbia, quando sono negati tutti i diritti «anche un microscopico arretramento delle consuetudini è vissuto come una violenza». Una violenza che, spiegano, si aggiunge a quella subita da quattro detenuti il 6 maggio costretti a passare la notte nell’astanteria, dove chi arriva viene identificato e mandato nei reparti, perché non c’era più posto. Le celle sono «già stipate all’inverosimile», «e hanno dormito sul divano di ferro».
Si aggiunge la violenza di non avere un colloquio psicologico, per cui bisogna aspettare tre o quattro mesi, «magari per parlare del conoscente del reparto G11 che si è tolto la vita a fine aprile». E la violenza vissuta nel reparto per persone trans, il G8, «dove le detenute non assumono terapia da 8 mesi per la mancanza di specialisti».
Il cibo scarseggia. «Da due, tre settimane i pasti sono ridotti all’osso (metafora quanto mai azzeccata). Porzioni minime, sotto la soglia del minimo», si legge nella lettera. «Si mangia poco e male, perché – ci dicono – ci sono pochi soldi. Gli stessi pochi soldi che sono alla base del taglio delle ore di lavoro a Rebibbia».
L’orlo del baratro
Una situazione drammatica che ogni anno Antigone denuncia nel suo rapporto. «Per un po’ se ne parla, poi ci si mette una pietra sopra». I detenuti della redazione scrivono questa lettera alla vigilia di un’altra estate, l’ennesima, in cui il penitenziario romano, così come qualsiasi altro, «diventerà un forno. E intanto il Dap si preoccupa di limitare l’uso dei frigoriferi».
Il baratro però non può essere denunciato: hanno tolto il diritto di protestare. «Ci hanno tolto il diritto di parlare, dandoci come regalo un infiltrato, che fingerà di essere un detenuto».
La lettera invita a non rassegnarsi: «Mai come adesso ne va delle nostre vite, credeteci. Pensiamo allora di promuovere, centinaia, migliaia di esposti sulla base dell’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario». Uno strumento per denunciare le condizioni di detenzione inumane e degradanti, sulla base dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La storica sentenza Torreggiani del 2013, con cui la Corte Edu aveva condannato l’Italia, aveva stabilito tre metri quadri come spazio minimo per persona detenuta.
«Lo diciamo ai detenuti e alle detenute di tutte le altre carceri: riempiamo i tribunali di esposti, diciamogli come si soffre dentro queste celle e quali violazioni dei nostri diritti si verificano. Per strappare qualche giorno di detenzione in meno. Per raccontare cosa sono, davvero, le carceri», scrivono.
Non è certo che basterà. Ma l’assemblea di Roma, che all’inizio di quest’anno si è riunita lanciando una campagna per una detenzione più umana, ha proposto una giornata di mobilitazione per il 14 luglio. «Una campagna ignorata da questo governo, da questa maggioranza».
E, «prima del disastro», i redattori di Radio Rebibbia chiedono «a tutti i parlamentari con senso democratico e con un minimo di umanità, di anticipare quella data e venire ad ispezionare tutte le carceri». Andare a «parlare con chi si vuole silenziare». Incalzare, non dare «tregua ai ministri che decidono le nostre sorti. Prima del disastro».
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