Domenica e lunedì, la magistratura sarà chiamata a eleggere i nuovi consiglieri togati del Csm. L’esito è quantomai incerto, le sfide per l’organo invece rimangono molte, come spiega la sostituta procuratrice generale di Cassazione e candidata di Untà per la Costituzione nel collegio di legittimità Elisabetta Ceniccola.

Il voto per i togati al Csm arriva dopo la bocciatura del referendum sulla giustizia. Quanto ha inciso quella mobilitazione per il No in questa campagna elettorale?

La magistratura ha interpretato l’esito referendario quale credito di fiducia da parte dei cittadini, con la consapevolezza che ne è disceso un obbligo di assunzione di responsabilità. La campagna elettorale quindi si è incentrata sui temi critici emersi nel dibattito pubblico quali la necessità di criteri oggettivi e predeterminati per gli incarichi direttivi, la valutazione del merito, l’efficienza organizzativa degli uffici, il “peso” dell’attività giudiziaria sul singolo magistrato, la trasparenza e conoscibilità dei processi decisionali del Consiglio.

Quale considera la principale sfida per la prossima consiliatura?

In un quadro politico caratterizzato da spinte verso profonde riforme della magistratura, il Csm dovrà esercitare con rinnovata fermezza il proprio ruolo di scudo costituzionale. Sarà fondamentale saper interloquire con il ministro della Giustizia e con il parlamento, offrendo pareri tecnici autorevoli e difendendo l'indipendenza degli uffici giudiziari e dei singoli magistrati da qualsiasi tentativo di condizionamento o indebolimento, senza però arroccarsi in una difesa corporativa che allontanerebbe la magistratura dai cittadini.

Lei è sostenuta da una corrente. Che ruolo hanno oggi i gruppi nella vita della magistratura? Sa che esiste una sorta di confronto a distanza con i candidati che invece si definiscono indipendenti.

I gruppi associati, nati come luoghi di dibattito culturale e giuridico, oggi in una società complessa, fluida e in veloce trasformazione, costituiscono ancora l'unico strumento per aggregare sensibilità diverse sulla visione della giurisdizione evitando l'isolamento del singolo magistrato. L’indipendenza è una precondizione dell’essere magistrato ed è connaturata ad ogni candidatura, che sia espressione di gruppo o autonoma. Preferisco perciò parlare di candidature individuali. Legittime perché previste dalla legge, esse rischiano però di tradursi in frammentazione corporativa, inidonea peraltro a preservare il sistema da derive clientelari e influenze politiche. Un organo complesso come il Csm richiede visioni strutturate, programmi chiari e capacità di fare sintesi politica e culturale, qualità che solo le forme stabili di associazionismo possono garantire.

Aleggia ancora il nome di Palamara. È oramai un fantasma del passato oppure la vicenda dell’Hotel Champagne interroga ancora la magistratura?

La vicenda dell’Hotel Champagne deve rappresentare per tutti noi un monito per il futuro, perché ha dimostrato quanto siano pericolose le cordate trasversali occulte tendenti a condizionare la fisiologica attività consiliare. Il gruppo di Unità per la Costituzione, nel quale sono candidata, ha preso nettamente le distanze da certe compromissioni, compiendo un percorso di profonda riforma delle regole interne.

Il rapporto con la politica è inevitabile. Come crede vada declinato all’interno del Consiglio?

Dirò di più, il rapporto con la politica è strutturalmente previsto dalla Costituzione, con un Csm a composizione mista di membri laici eletti dal parlamento e membri togati eletti dai magistrati, concepito per evitare che l'organo di governo autonomo si trasformi in una cittadella. Questo rapporto deve però essere declinato puntando su una rigorosa autonomia istituzionale guidata da tre principi: la distinzione netta tra i ruoli, la leale collaborazione e non collateralismo, l’impermeabilità delle decisioni consiliari. Declinare correttamente il rapporto con la politica significa garantire che l'esito di ogni delibera del Csm rimanga del tutto impermeabile alle dinamiche dei gruppi e dei partiti, e di qualsivoglia centro di potere politico ed economico. La compresenza di togati e laici nel Csm non deve rappresentare una debolezza o un canale di contaminazione partitica, bensì una risorsa democratica: la garanzia che l'autogoverno dei magistrati sa rendere conto al Paese della propria trasparenza, mantenendo fermo il principio che il giudice obbedisce solo e soltanto alla legge, e garantisce l’indipendenza esterna e interna di ogni singolo magistrato.

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